SCIOPERO DEI TRASPORTI URBANI – QUALE E QUANTO SENSO?

Ancora una volta si abbatte sulla città lo sciopero generale di 4 ore del trasporto pubblico.

Occorre riconoscere (avere il coraggio di riconoscere?) che questi scioperi, oramai, vengono accolti e vissuti non molto diversamente dai probabili rovesci annunciati dalle previsioni meteo: ci si arrangia per sopportare alla meno peggio ineluttabili eventi naturali.

Forse sarebbe ora di chiedersi se e quanto senso abbiano certe forme di lotta dei cui obiettivi, peraltro, non si fornisce alla cittadinanza più che qualche informazione generica e vaga – soprattutto in una congiuntura in cui la perdita e la irreperibilità del lavoro rappresentano la fonte sempre maggiore del disagio e delle preoccupazioni sociali.

Gli scioperi del trasporto urbano, per loro natura, colpiscono in termini  particolarmente immediati e diretti l’utenza e, soprattutto, quell’utenza che nel trasporto pubblico ha la propria unica risorsa di mobilità cittadina.   Per di più, a Roma e nella maggior parte delle città italiane,  dove il trasporto urbano è gestito da società pubbliche, finiscono per colpire una seconda volta la cittadinanza in quanto composta da contribuenti, sui quali si riversa inevitabilmente il danno economico che l’astensione dal lavoro vorrebbe infliggere al datore di lavoro – risparmiando in tutto o in parte soltanto evasori parziali e totali. Sotto questo profilo, quindi, si tratta di forme di lotta che, volere o nolere, non appaiono evocare le categorie dell’equo e solidale.

Sarebbe quindi importante riuscire a sapere: ma questi scioperi servono almeno, e quanto, a favorire ed accelerare la soluzione dei conflitti che ne sono all’origine?

L’impressione è che alla fin fine essi rispondano soltanto a un mero, ripetitivo rituale di esibizione muscolare da produrre al tavolo delle trattative.

Forse sarebbe davvero tempo per qualche ripensamento e qualche maggiore attenzione ai bisogni basilari della cittadinanza, da parte dei sindacati, confederali e non. Forse sarebbe davvero il tempo, anche in questo campo, per produrre qualche innovazione, nei metodi e nei contenuti.

Per non dare l’impressione, insomma, che per obiettivi non particolarmente meritevoli di essere dettagliatamente enunciati (in quanto, forse, non così ampiamente apprezzabili e condivisibili come si dà per scontato che siano) in realtà, più che in forme di lotta, questi scioperi si risolvano principalmente nella presa in ostaggio di un’utenza largamente indifesa da parte di categorie arroccate su posizioni di forza privilegiate.

PASSAGGIO AL 2012

Ogni volgere di anno continua a essere segnato dalla ripetizione di riti e consuetudini dedicati a congedare l’anno oramai vecchio e ad accogliere quello appena nascente. Forse con un po’ di stanchezza smaliziata, eppure sempre con qualche segreto filo di speranza, ci lasciamo andare ad accarezzare desideri di novità, a considerare possibile la ripresa di alcuni dei tanti progetti lasciati a mezzo (od assai meno), persino a formulare vagamente buoni propositi. Tra fuochi d’artificio, botti e bollicine ecco rifarsi viva, a sorpresa, l’eco del modo di dire di sempre: anno nuovo, vita nuova.

Questo passaggio dal 2011 al 2012 è stato decisamente segnato dalla novità: e, altrettanto decisamente, in un senso tutt’altro che positivo. Una svolta inattesa, repentina, incisiva: tutt’a un tratto la vita ha preso una piega diversa; senza cenni premonitori, senza avvisi di allerta, senza progressioni graduali.

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