Schine, Cathleen

E’ stata una presentazione relativamente recente all’Auditorium di Roma che mi ha indotto a leggere di Cathleen Schine La lettera d’amore,  del 1995. E ne sono stato ampiamente compensato, perché si è rivelata una lettura particolarmente piacevole: di quelle che hanno tutto da guadagnare da una seconda, altrettanto e forse ancor più piacevole lettura.

La lettera d’amore

Helen MacFarquhar è la protagonista di questo romanzo ambientato a Pequod, immaginaria cittadina del New England sull’Atlantico, che Lilian – la madre di Helen – descrive come “una colonia di artisti senza gli artisti. Non abbastanza povera per essere pittoresca, non abbastanza ricca per avere fascino. Alta società in pensione.” (p. 36)

Helen, di qualche anno oltre la quarantina,  è felicemente divorziata, molto presa dalla figlia decenne – che all’inizio del romanzo è lontana, al campo scuola – e in ottimi rapporti (certo anche grazie alla distanza che normalmente le separa) con mamma e nonna, che verranno a trovarla a Pequod. Da poco passata la quarantina, la protagonista è minuta e tuttavia ha un fisico prestante, grazie a un esercizio fisico – corse e nuotate – praticato con costanza. E’ alle prese con la ristrutturazione della grande casa di famiglia, di cui occupa una parte, e gestisce la libreria di cui è proprietaria – un piccolo edificio in legno, collocato sulla via principale di Pequod, dipinto d’un rosa sfacciato, che soddisfa le esigenze della comunità e delle scuole locali. Indipendente e determinata, sicura di sé e del proprio autocontrollo, Helen si caratterizza per una civetteria aperta, consapevole, compiaciuta e, però, mai aggressiva, grazie alla quale conquista e consolida la clientela della libreria e coltiva brevi flirt. “Amava quell’attimo iniziale in cui l’altro era trafitto dalla freccia del suo interessamento; amava l’incerta avanzata di uno sguardo di rimando, di un sorriso, di un semplice colpetto di tosse.” (p. 19)

Nel periodo in cui si svolge la vicenda – e che va da qualche settimana prima della festa del 4 luglio sino a quella del Labor Day, il 1° Settembre, alla vigilia della riapertura dei corsi universitari – Helen si avvale, per la libreria, del lavoro di Lucy, specie per tutto ciò che attiene all’amministrazione e alla logistica, e della collaborazione estiva di alcuni studenti ventenni – la bionda Kelly, Jennifer, rasata a zero – e Johnny, prossimo al compimento dei ventuno anni, figlio di una coppia di amici coetanei di Helen che le hanno chiesto di prendersi così cura del giovane durante la loro assenza estiva da Pequod.

L’evento che dà l’avvio alla storia – è la “lettera d’amore” casualmente scoperta da Helen tra la posta che le viene regolarmente recapitata in libreria, caduta fuori da non si sa quale delle buste da lei aperte. La lettera si rivolge a un nome fittizio – Capra – ed è firmata col nome altrettanto fittizio di Montone (che, francamente, io avrei preferito veder tradotto in Ariete, l’equivalente del termine inglese usato anche per designare il segno zodiacale). Lettera d’amore non solo perché evidentemente rivolta alla persona amata dall’amante, ma perché in essa si accenna a interrogativi, perplessità, citazioni riguardanti l’innamoramento, la sua genesi, le sue motivazioni, manifestazioni sensoriali ed emotive, la sua ineluttabilità impervia a valutazioni razionali, la commistione di felicità e tormento che comporta. Dall’inizio e lungo tutta la storia saranno questa lettera, il mistero dell’identità di mittente e destinatario, le sue singole frasi, a incalzare la protagonista, e non soltanto lei, a provocare sospetti, equivoci, gelosie. Quasi un giallo, insomma,  ma un giallo molto sui generis, anche perché, in realtà, Helen detesta il genere. Quando il mistero sarà risolto, alla fine, come in tutti i gialli, il lettore sarà colto di sorpresa: una sorpresa tanto più riuscita se si considera che  molti  indizi vengono offerti alla sua attenzione con generosità sin dall’inizio della storia.

Ma l’evento che in parallelo, e in termini più profondamente coinvolgenti, rivoluziona la tranquilla esistenza di Helen, dando vita e corpo alla storia, è quello dell’improbabile quanto inevitabile innamoramento tra lei e il tanto più giovane Johnny, che approderà alla maggiore età solo alla fine de romanzo.

Proprio nell’alternarsi e nell’intrecciarsi tra questi due diversi e pur tuttavia concorrenti piani – il mistero della “lettera d’amore” e quello dell’insorgere dell’amore tra Helen e Johnny – sta l’invenzione felice che anima questo romanzo della Schine, degnamente accompagnata da una non meno felice scelta nel registro e nei modi della narrazione. Una narrazione improntata alla leggerezza – nel senso specificamente indicato da Calvino – che, senza mai indulgere al sentimentalismo, al melodrammatico, e senza d’altra parte scadere nella frivolezza, affronta temi, sentimenti, stati d’animo complessi, non di rado fortemente contraddittori, connessi  con età e invecchiamento, trasgressione di regole universalmente accettate, rapporti tra generazioni e tra generi, imprevedibilità e ingovernabilità di sentimenti, situazioni, e desideri, gestione di libertà e responsabilità.

L’ambientazione della storia e la questione della lettera, naturalmente, favoriscono i riferimenti letterari, spingendo tra l’altro Helen ad accumulare e consultare epistolari d’ogni tipo, tra cui quello tra Edmund Wilson e Nabokov e tra Edith Wharton e E. Morton Fullerton. E credo sia da segnalare, per quanto fuggevole, un accenno alla scrittrice inglese Barbara Pym, alla cui tematica e al cui stile questo lavoro della Schine appare senz’altro contiguo.

Nella narrazione la Schine si avvale largamente dei flussi di coscienza che fanno capo, soprattutto, alla protagonista e a Johnny; ma non di rado anche ad altri personaggi. Una scelta che contribuisce in termini rilevanti ai migliori risultati della scrittura del romanzo, anche sotto il profilo del coinvolgimento del lettore. Così per quanto riguarda la caratterizzazione, con i personaggi che acquistano progressivamente spessore e complessità e devono misurarsi con le proprie capacità d’introspezione; così per quanto riguarda un’efficace contrappunto tra descrizioni ambientali e stati d’animo o momenti umorali  nei diversi frangenti della vicenda; così per quello che riguarda l’insorgere, lo sviluppo, l’intreccio delle relazioni interpersonali e in particolare, ovviamente, dei sentimenti, tutt’altro che lineari, tra Helen e Johnny.

In questa commedia – nel senso classico del termine – troverà dunque soluzione il mistero della “lettera d’amore”, ma viene riaffermata l’inestricabilità del mistero dell’innamoramento e, quindi, l’impossibilità di rispondere a quesiti e dubbi enunciati nella lettera. Il sentimento amoroso può irrompere nella propria vita in modo imprevedibile, sulla spinta di accidenti casuali, paradossali, che però e perciò si tingono del segno della fatalità.  Ne può essere totalmente sconvolto, in modi e direzioni che non si sarebbero mai sospettati possibili, e tanto meno plausibili,  il senso della realtà e di sé stessi. E nessuna nuova sicurezza ci viene offerta, in cambio di quelle che per l’innanzi apparivano acquisite e consolidate certezze, se non una: che il rifiutare di accoglierlo equivarrebbe a un rifiutarsi alla vita e al suo senso più intimo.

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