Ferris, Joshua

E poi siamo arrivati alla fine – Joshua Ferris – (trad. Katia Bagnoli) – Neri Pozza Editore – 2006 (Then We Came to the End – 2006)

 

Joshua Ferris l’ho conosciuto attraverso il suo secondo romanzo, Non conosco il tuo nome (The Unnamed), del 2010. E devo dire che non mi ha entusiasmato. La storia di quest’uomo compulsivamente obbligato a camminare sino allo sfinimento no è riuscita a tenermi avvinto come prometteva all’inizio, ad un certo punto mi è sembrata affiorare una ripetitività meccanica – quasi che il narratore fosse compulsivamente obbligato a far camminare il suo protagonista. Ed alla fine mi ha lasciato con un senso di irrisolto, incompiuto. La scrittura di Joshua Ferris, tuttavia, mi è apparsa davvero notevole. Ed è per questo che mi sono deciso a leggere il suo primo lavoro – fortunatamente.

E poi siamo arrivati alla fine è il titolo del romanzo di Joshua Ferris che ne designa, in estrema quanto indovinata sintesi, il punto focale di convergenza della storia collettiva e delle storie individuali che vi si svolgono e intrecciano, conferendo al romanzo una sua specifica originalità.

Il titolo, come afferma l’autore, riprende l’incipit di Americana, di Don DeLillo: romanzo al quale si richiama, in parte, anche per l’ambientazione.  Ma se  lì dava inizio a una storia di evasione dalla vita convulsa della metropoli newyorkese, e in particolare dal quartier generale  del network televisivo per cui lavora il protagonista, qui anticipa l’ineluttabile conclusione di una vicenda pienamente immersa in una realtà aziendale ambientata in un’altra grande metropoli, Chicago.

Protagonisti del lavoro di Ferris sono gli addetti di un’agenzia pubblicitaria, tipica espressione di quel “terziario avanzato”  sulla cresta dell’onda dello sviluppo consumistico che ha segnato la fine del secolo scorso ma che, proprio all’inizio del nuovo secolo, comincia a scricchiolare a seguito dell’esplosione della bolla speculativa relativa alle imprese dot-com. La “fine di un’altra estate luminosa e tranquilla” si colloca esattamente alla vigilia di quell’11 settembre che è diventato uno spartiacque nella visione di sé e del mondo per la nazione americana e segnerà anche la cessazione dei rapporti di lavoro dei personaggi con l’azienda e del loro sodalizio di colleghi.

Nel prologo si passano in rassegna sentimenti, abitudini, atteggiamenti dominanti nell’agenzia, prima della crisi. Per ricordarne alcuni passaggi salienti:

Eravamo irritabili e strapagati. […] La maggioranza voleva bene quasi a tutti. Pochi odiavano qualcuno in particolare e un paio di noi amava tutto e tutti. […] Eravamo braccati dai cacciatori di teste. Ci incalzavano con promesse di promozioni e aumenti di stipendio. Alcuni se ne andavano ma la maggior parte di noi restava. […] Vivevamo nell’era delle brochure e dei gadget. Il mondo faceva soldi con Internet e ne beneficiavamo anche noi. […] “Terribilmente geniale” era l’espressione che usavamo per descrivere i nostri logo. “Serie C” quella con cui descrivevamo i progetti delle altre agenzie, a meno che il logo non fosse davvero bello, nel qual caso ci inchinavamo, proprio come facevano gli antichi maya davanti ai loro dèi pagani. E come loro, anche noi pensavamo che non sarebbe mai finita.

L’incombere dei licenziamenti, destinati a sfoltire progressivamente i quadri dell’agenzia di pubblicità, in crisi di mercato, è l’evento annunciato del quale, come di una calamità naturale, i nostri eroi sanno con certezza che colpirà, senza però poter prevedere quanti di loro, quando e chi. E’ questo evento annunciato che sovrasta e colora lo svolgimento di tutte le vicende narrative. L’improvviso irrompere dell’incertezza del domani e della precarietà delle prospettive in un ambiente sino a quel momento caratterizzato dalla piena fiducia, talora venata di un senso di arrogante onnipotenza, nella tranquilla sicurezza della propria posizione e in un avvenire radioso, costituisce il fattore di conflitto che anima lo svolgimento della storia.

 Rabbia, risentimento, senso di ribellione avrebbero potuto improntare il registro della narrazione. Ed invece la chiave di registro adottata nel romanzo di Ferris è del tutto diversa (analogamente a quanto deciderà di fare uno dei personaggi, Hank Neary, nel libro che alla fine anche lui avrà scritto sulle vicende dell’agenzia). La narrazione è tutta all’insegna dell’ironia. Ironia declinata in tutte le sue possibili connotazioni:  a volte amabilmente divertita ed anche indulgente, a volte pungente, amara e sarcastica;  talvolta umoristica, beffarda, in altri casi decisamente incline al comico, al melodrammatico, persino al grottesco; e mai assente, nemmeno nelle pagine più decisamente caratterizzate da umana comprensione nei confronti di debolezze, fragilità e disgrazie personali.

Così, in particolare, in diverse parti del romanzo viene descritto il trascorrere delle giornate lavorative:

Perdere tempo ci piaceva, ma poche cose erano più seccanti del dover perdere tempo per argomenti per cui non valeva la pena di perdere tempo.

Certi giorni sembravano più lunghi di altri. Certi giorni duravano quanto due giorni interi. Purtroppo non erano mai i giorni del fine settimana. Il sabato e la domenica passavano in metà del tempo di un giorno lavorativo normale. In altre parole, certe settimane sembrava che lavorassimo dieci giorni filati e avessimo un solo giorno libero.

Certi giorni il tempo passava decisamente troppo piano, altri troppo in fretta, e quello che era accaduto la mattina poteva sembrare vecchio di secoli mentre quello che era avvenuto sei mesi prima era ancora vivido nella nostra mente come se fosse successo da meno di un’ora.

Naturalmente è nel campo delle interrelazioni personali che trova più larga e incisiva applicazione questa ironia, come si può esemplificare con taluni dei moltissimi passaggi:

Alcuni di noi andavano a mangiare ogni giorno in un posto diverso e facevano del pranzo un evento. Altri […] restavano in ufficio a mangiare la stessa cosa giorno dopo giorno. A volte era per risparmiare. Altre per evitare la compagnia di persone a cui dovevamo già dedicarci incondizionatamente dalle nove a mezzogiorno e dall’una alle sei. Durante quell’ora di pausa il tempo tornava a essere nostro e a volte ne approfittavamo per chiudere la porta e mangiare da soli.

Parlavamo senza riflettere – parole in libertà, non pensate – e un momento dopo avevamo offeso qualcuno con un commento innocente e casuale. […] Se ci preoccupavamo soprattutto di riuscire ad arrivare al giorno dopo senza essere licenziati, in minor misura speravamo anche di smontare la sera senza aver contribuito ad accrescere la sofferenza altrui. E poi c’erano quelli […] che avevano l’abilità di trasformare persino un complimento in un insulto…

…una persona diceva qualcosa e la persona che stava ascoltando non aveva assolutamente idea di che cosa l’altra volesse dire, ma non volendo apparire scortese, o peggio, stupida, o in alternativa non volendo sprecare tempo, trovava più facile limitarsi ad annuire o ridere invece che fare una pausa e chiedere che cosa intendesse dire l’interlocutore.

Era solo in quei momenti che riuscivamo a dispiacerci per loro. Prima che fossero licenziati noi ne conoscevamo i tic, le lamentele, le arie di superiorità, e soltanto un giorno prima pensavamo che se tutto ciò all’improvviso fosse sparito ne saremmo stati contenti.  Poi li vedevamo trascinarsi una scatola piena di cazzate inutili fino all’ascensore e diventavano di nuovo umani e degni di compassione.

“Odiavo tutti, e sapete perché? Perché pensavo che non meritavate di restare se io fossi stata licenziata. Nel frattempo però non venivo licenziata. Sono stata licenziata oggi. Lo prevedevo e odiavo tutti per questo. Adesso posso finalmente smettere di essere una stronza. Avete idea di quanto sto  meglio? Perché non lo hanno fatto un anno fa?”   

I numerosi personaggi che popolano il romanzo vengono progressivamente definiti e individuati sia nella diversità sia, invece, nella comunanza di qualità e difetti, idiosincrasie e fissazioni, generosità e meschinerie, ambizioni e cinismi.  La loro caratterizzazione viene effettuata mostrandone i diversi, sovente contradditori e mutevoli modi di rapportarsi tra di loro sul posto di lavoro – atteggiamenti  nei confronti  delle gerarchie, effettive o talora immaginarie, presenti pure in un ambiente improntato all’informalità, carrierismo spregiudicato, simpatie, predilezioni o piccinerie istintive, identificazione con o, al contrario, alienazione dal ruolo –  sia attraverso l’evocazione delle storie e situazioni particolari di ognuno fuori dell’ambiente lavorativo.

Evocazione, quest’ultima,  che ricorre agli strumenti più vari: dal racconto personale all’intervento di testimoni, non sempre attendibili;  dalla lettera indirizzata a uno o più colleghi all’appunto scoperto per caso; ed infine – e, per certi versi, soprattutto – del fiorire di pettegolezzi, dicerie, maldicenze e leggende che trovano un brodo di coltura particolarmente fertile negli uffici.

Il pettegolezzo era come l’influenza: se uno la prendeva, presto contagiava tutti. Ma al contrario dell’influenza, non potevamo permetterci di restare all’oscuro se succedeva qualcosa.

Chi fosse un alcolista , e se la sua dipendenza fosse solo ai primi sintomi, in una fase ancora funzionale o allo stadio terminale: questo era sempre un buon argomento di conversazione. Un altro buon argomento era chi scopava con chi.

Tra i pregi caratteristici di questo romanzo emerge proprio la particolarità di una caratterizzazione che sa  destreggiarsi sapientemente tra stereotipi e l’individualità dei singoli personaggi, e che proprio tramite questa mescolanza riesce a far emergere quello che può propriamente  definirsi il  “protagonista collettivo” del romanzo: l’ambiente d’ufficio.  La dicotomia ma, per converso, anche le possibili interferenze, tra la vita dei personaggi in quanto componenti di tale ambiente e la vita vera – quella confinata nei tempi residui del quotidiano, dei fine settimana, delle ferie, all’esterno delle mura dell’ufficio e dei suoi cubicoli –  sono gli elementi su cui si basa l’intreccio di fondo verso il quale affluiscono i diversi, singoli intrecci in cui si sviluppa la storia.

Sotto questo profilo, al di là della specificità della sua ambientazione geografica e sociale e della sua collocazione temporale, il romanzo finisce così per essere rappresentativo di realtà assai più vaste e diffuse, rispecchiando caratteristiche attuali del lavoro impiegatizio toccate pure esse dalla globalizzazione ma anche, in senso più lato, rappresentando in termini convincenti e coinvolgenti dinamiche proprie di qualsiasi realtà collettiva o comunitaria.

A tutto ciò si collega il tema che occupa una posizione  centrale nel romanzo:  ossia quello del contrasto tra la personalità  degli individui così come li conosciamo o, meglio, così come presumiamo di conoscerli, per il fatto di trascorrere abitualmente con loro gran parte delle nostre giornate e la personalità, spesso inattesa e non di rado radicalmente diversa, che ce ne può essere rivelata  per effetto di eventi particolari, dai più banali a quelli più significativi o drammatici. (Esattamente  al contrario, occorre dire per inciso, da quanto si afferma con sicumera – non è chiaro su quali basi – nella quarta di copertina dell’edizione italiana: “nessuno ci conosce davvero quanto le donne e gli uomini che ogni giorno ci siedono accanto”). La realtà è ben diversa, perché è ben vero che in un ufficio ognuno ha una opinione ben definita su di te e su tutti gli altri, ma questo accade anche se non si conosce nessuno molto bene e qualcuno non lo si conosce affatto, come ha osservato o stesso Ferris in una sua intervista.

Nel quinto e ultimo capitolo del romanzo il registro della narrazione cambia, in corrispondenza al mutare della prospettiva, che è quella dei sopravvissuti alla calamità abbattutasi su di loro in un tempo oramai passato. I toni satirici o, comunque, più spiccatamente pungenti dell’ironia cedono il passo a tinte più attenuate, più consone a sentimenti, riflessioni, rivisitazioni di quel che è stato, improntati a malinconia, nostalgia, rassegnazione più o meno distaccata, senso della sopravvivenza.

Strano pensare che avessero ricominciato ad assumere. Non era facile immaginare quell’ambiente familiare abitato da estranei, da voci sconosciute che chiamavano oltre i divisori di gesso dei nostri vecchi cubicoli, uomini e donne ignoti seduti selle nostre sedie.

Se volete proprio conoscere la fine della nostra storia, una storia ambientata nelle pagine di un catalogo di materiali per l’ufficio, di vite non così interessanti come quella di un vecchio e del mare, o di abitanti degli oceani che scacciano l’ipocondria con una gamba di legno maniacale, allora la conclusione è questa: Garl Garbedian fu l’unico di noi a lasciare per sempre la pubblicità.

E attraverso questo cambiamento, siamo indotti inaspettatamente a scoprire che, sotto sotto, una narrazione permanentemente ispirata ad uno spirito di osservazione apparentemente distaccato, puntuale, sorridente e leggero,  è però riuscita a coinvolgerci emotivamente nelle vicende di questo manipolo di pubblicitari, non più semplici emblemi della frivolezza professionalizzata: così che, alla fine, abbiamo un sussulto di sorpresa nel sentirci associati, noi  lettori, al  “noi” narrante.

Il ricorso alla narrazione in prima persona plurale costituisce una particolarità fondamentale della costruzione narrativa di questo romanzo che si manifesta perfettamente funzionale a modi e contenuti della storia. Una scelta che viene posta in risalto, di nuovo all’insegna dell’ironia, dalla scelta di sottotitolare ogni capitolo, alla maniera in voga nei romanzi d’altri tempi – in cui però si usava la terza persona onnisciente-   con sottotitoli che dovrebbero fornirne una sinossi dei  contenuti, talvolta addirittura il “precetto” – o l’”interdizione” – moraleggiante (ma che, nel caso specifico, vengono formulati in termini abbastanza criptici per non svelare le vicende). Il “noi” viene abbandonato soltanto nella terza sezione, quella dedicata interamente alla vicenda personale di Lynn Mason, la manager dell’agenzia, dove cede il passo ad una narrazione in terza persona: più esattamente, in quella che tecnicamente si dice “falsa” terza persona, in quanto il narratore si attiene al punto di vista della Mason. La scelta viene accentuata dal fatto che si tratta di una narrazione svolta in tempo reale, tutta al presente, ed anche qui  appare pienamente funzionale: Lynn Mason, difatti, è il personaggio collocato alla testa dell’agenzia, in una posizione defilata e non riconducibile al  “noi”. Naturalmente il fatto che la Mason occupi una posizione centrale nel libro scritto, come detto prima, dal personaggio Hank Neary– e di cui vengono letti passaggi che riprendono alla lettera quelli della sezione a lei dedicata nel romanzo che stiamo leggendo – contribuisce assai efficacemente alla particolarità della costruzione narrativa.

A ben guardare un tema tutt’altro che secondario, anche se forse non apertamente dichiarato , del romanzo, è quello della fiction,  centrato su quella forma di fiction divenuta particolarmente diffusa e penetrante nel mondo di oggi che è la fiction pubblicitaria. Compito quotidiano e istituzionale dei personaggi è quello di misurarsi con problemi, tecniche, strumenti della creatività: la sfida è quella di inventare storie capaci di avvincere e convincere il pubblico. A differenza di quelle narrative, letterarie, sono storie che devono, far accettare, accreditare, vendere qualcosa di altro rispetto a se stesse.

Vi informavamo in sei secondi del fatto che avevate bisogno di qualcosa che non sapevate vi mancasse. Vi facevamo volere qualsiasi cosa che chiunque fosse disponibile a pagarci voleva che voi voleste.  Eravamo sicari dell’anima umana. Tiravamo le fila della gente in tutto il paese e per dio si alzavano in piedi e danzavano per noi. (Mi sono permesso di modificare la traduzione dell’edizione italiana per i motivi che spiegherò più oltre)

E questo anche nel caso di una campagna promozionale di quelle che appartengono piuttosto alla tipologia della pubblicità progresso, sganciate da obiettivi immediati di mercato, quale è quella che viene posta al centro dell’attività dell’agenzia, proprio in concomitanza con la vicenda personale della sua manager – ancora il registro (crudamente) ironico.

I protagonisti di questo lavoro di invenzione devono far appello a competenze, capacità, tecniche  non diverse da quelle che si richiedono allo scrittore di narrativa, anche se poi uno soltanto tra loro sceglierà la via della scrittura fine a sé stessa, mentre altri applicheranno queste tecniche alla promozione di se stessi per riciclarsi professionalmente.

E poi siamo arrivati alla fine non è, né pretende di essere, un grande romanzo. Riesce tuttavia a fornire, senza pretese né retorica, una rappresentazione originale, vivace e articolata del tempo di lavoro da “colletti bianchi” che assorbe una parte quantitativamente rilevante e qualitativamente incisiva del tempo di vita di donne e uomini  dei nostri giorni. Lo fa riuscendo a rilevarne senza enfasi i tratti della commedia e del dramma. Finisce per porsi, rispetto ai temi della vita e delle relazioni sociali, con un atteggiamento di garbato stoicismo. E appartiene a quel tipo di narrativa che si presta, tanto meritatamente quanto piacevolmente, alla rilettura, da cui ha molto da guadagnare e cui ha molto da offrire sia sotto il profilo dei contenuti che dello stile.

Infine qualche osservazione va fatta rispetto all’edizione italiana. Anch’essa è priva di un indice, ma qui si tratta di qualcosa non imputabile alla traduzione.  Sembra essere divenuta oramai diffusa la prassi per cui – evidentemente con il beneplacito degli autori, se non addirittura in base a loro indicazioni – gli editori decidono di non pubblicare un indice delle parti o capitoli in cui il lavoro si articola: ma sfugge, allora, la logica in base alla quale si sceglie di dare un titolo a capitoli, parti o sezioni. Nell’edizione italiana, tuttavia, si omettono anche i riconoscimenti, o ringraziamenti, finali presenti nell’originale: e questo è un peccato, perché essi forniscono indizi interessanti sui percorsi di lavoro e di studio dell’Autore, direttamente pertinenti al romanzo.

Qua e là si devono notare alcune sbavature nella traduzione di Katia Bagnoli, che talvolta appare eccessivamente “libera”. Alla pagina 290 Joe, neanche due righe dopo, diventa erroneamente Jim. Il Capitolo 5 si colloca temporalmente nel 2005 anziché, com’è nella versione originale, nel 2006 (probabilmente si tratta dell’effetto di una correzione fuorviata, perché nel sottotitolo si è tradotto Quattro anni dopo, aritmeticamente corretto, quello che nell’originale era Cinque anni dopo). Non si vede per quale motivo, a p. 61, la traduttrice debba aggiungere a “Carl che guardava fuori dal finestrino”, com’è nell’originale, un “con il telefono all’orecchio” che nell’originale non compare (in quanto del tutto superfluo). A p. 59 si altera il senso dell’originale, perché è l’accresciuta consapevolezza del rischio di essere colti a riunirsi – e non già il fatto di essere colti a riunirsi – a indicare l’avvenuta diminuzione del carico di lavoro e la necessità dei licenziamenti. Alla pagina 207 non si capisce perché una notte di lavoro divenga invece “la serata che precede un giorno lavorativo”. Alla p. 176 non ha molto senso tradurre “Questo è un uso della lingua troppo assurdo per essere vero” ciò che nell’originale è invece “Questo è un uso della lingua (dell’Inglese) persino troppo assurdo da concepire.” Un esempio di eccessiva “libertà” della traduzione è quello riportato sopra, dove nell’edizione italiana (p. 216) il discorso viene continuato facendo riferimento a “loro” (i nostri connazionali) mentre nell’originale si passa a rivolgersi assai più personalmente a “voi” (o, se si preferisce, a “te”): una scelta tutt’altro che irrilevante, nel contesto di una narrazione così caratterizzata dalla scelta di narrare in prima persona plurale. Analoghe libertà, con possibili travisamenti di senso, si riscontrano in uno dei paragrafi conclusivi, su cui però non posso essere più specifico senza svelare indebitamente particolari essenziali della trama. Nel complesso, tuttavia, almeno in base alla mia limitatissima esperienza, mi sembra che l’edizione italiana sia stata assai più rispettosa dell’originale (a cominciare dal mantenimento del titolo)di quanto talora lo sono case editrici (e traduttori) ben più rinomati.

One Response to Ferris, Joshua

  1. samanta moroni says:

    bellissimo libro,ma pultroppo non sono riuscita a laggere l’ultima pagine perche mi si è staccata e l’ho persa qulacuno potrebbe inviarmela?

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