RUBY, ASPIRANTE CARABINIERE – SCELTE PRIVATE E PUBBLICHE FUNZIONI

I commentatori e i commenti più indigesti, a proposito dell’ultima variazione dei passatempi del Presidente del Consiglio, a me risultano essere quelli che, ridotti al minimo comun denominatore, recitano:

Non rileva minimamente come Silvio Berlusconi decida di passare il proprio tempo libero, sono suoi affari privati: egli va considerato e giudicato solo per il suo operato nella carica istituzionale.”

Insomma, vizi privati e pubbliche virtù.

Lo schiumare dell’On. Lupi nell’ultima puntata di Ballarò a difesa di questa assurda nettezza della separazione tra sfera privata e sfera pubblica, poteva essere anche comprensibile, sotto il profilo umano (quando ha raccontato della sua partecipazione alle feste tutte impregnate della massima decenza familiare,  non so perché, ma mi è venuto da immaginare che in quelle occasioni   l’orchestrina e l’Apicella di turno abbiano intonato “Vengo anch’io! No, tu no! E perché no? Perché no.”).

Tuttavia mi sarebbe piaciuto che Floris avesse messo alla prova l’esorbitante senso di indignazione e fastidio dell’On. Lupi verso tutti Leggi il resto dell’articolo

PRESERVATIVI A SCUOLA UGUALE BANALIZZAZIONE DEL SESSO

Da qualche giorno sui quotidiani nazionali si agitano dichiarazioni e prese di posizione – a partire da quelle di non ricordo quale alto prelato, cui ha fatto eco non ricordo quale associazione genitoriale – riguardanti la decisione del liceo Keplero di Roma di installare un distributore automatico di preservativi (e assorbenti). L’accusa è che rendere in qualche modo più agevole ed economico l’accesso ai profilattici costituirebbe un incentivo alla cosiddetta banalizzazione del sesso.

Ora il preside della scuola ha già ricordato all’alto prelato, all’associazione dei genitori e altri catoni vari – tutta gente che o parla senza sapere (cioè, ignorante) oppure, sapendo, fa finta di non sapere (cioè, in mala fede) – che la scuola ha avviato un programma di iniziative rivolto all’educazione sessuale dei giovani studenti e che l’installazione del distributore di profilattici non è un intervento isolato, di mero conforto.

Mi sembra però lecito osservare: ma anche se fosse stato così? Anche se, nella loro autonomia, le scuole decidessero di mettere a disposizione degli studenti distributori automatici di preservativi, sarebbe sensato condannare questa iniziativa come fattore di banalizzazione del sesso tra i giovani?

Ma perché: la banalizzazione del sesso non è suggerita ai giovani in termini ben più martellanti e incisivi da tanta pubblicità, da moltissime testate più o meno

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IL CROCEFISSO E I BIGOTTI D’ITALIA E DEL VATICANO

Le reazioni alla sentenza della Corte Europea per i diritti dell’uomo sull’inopportunità della presenza del crocefisso nelle scuole pubbliche della Repubblica italiana costituiscono  l’umiliante conferma dell’esteso radicamento, nel nostro paese, di una bigotteria tanto sbracata quanto proterva e vociante.

La difesa della presenza del crocefisso da parte di esponenti governativi, della politica, di personaggi pubblici, e di opinionisti mediatici che ogni giorno, sotto gli occhi di tutti, fanno privatamente e/o pubblicamente strame delle migliori tradizioni e degli insegnamenti del cristianesimo dovrebbe indurre primi fra tutti i cattolici credenti a indignarsi e distinguere le proprie posizioni.

A cosa viene ridotto il crocefisso nelle scuole pubbliche se non ad una sorta di  strumento di “marcamento del territorio” da parte delle gerarchie di Leggi il resto dell’articolo

“LE RELIGIONI SONO LA COCAINA DEI POPOLI”

E’ questa la nuova e più appropriata versione della nota massima marxiana cui approda Umberto Eco nella prefazione a Il Quaderno di José Saramago di imminente pubblicazione (Ed. Bollati Boringhieri – trad. Giulia Lanciani).

Lo ha detto, nel presentare  questi scritti di Saramago, osservando che il grande scrittore, ateo militante, in effetti non polemizza con Dio bensì con le religioni. Religioni che  – tutte, senza eccezioni – sono state e sono fonte di continui, spesso sanguinosi conflitti tra popoli e individui, di violenze efferate che hanno segnato e segnano la  storia e la cronaca. Per cui, appunto, piuttosto che al soporifero oppio la loro funzione di droga sarebbe assai meglio assimilabile a quella dell’eccitante cocaina.

DioconNoi

Lasciando da parte le esemplificazioni dell’attualità più clamorose, alle quali sarebbe pur agevole riferirsi, penso che sia non meno eloquente, ed avvilente, quel che si sta verificando ad Anversa.

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T E R R E B R U C I A T E

Sotto il solleone divampano gli incendi in Sardegna, Sicilia, altre terre del Sud dove i soliti ignoti – appartenenti alla crema dei furbastri nazionali – tentano di applicare la tecnica della terra bruciata nel perseguimento di tornaconti e profitti a venire.

Ma ben altri piromani sono all’opera nel nostro paese, applicando la tecnica della terra bruciata in grande stile.

Su La Repubblica di ieri era Michele Serra a notare sconsolatamente, nella sua Amaca, che per smuovere la coscienza di tanti severi paladini della moralità cattolica – sin qui imperturbabile ed imperturbata a fronte delle tante malefatte del governo e della maggioranza di Mr. B. , c’era voluto uno “sfarfallio di mutande” capace di titillarne la sempiterna, radicata sessuofobia (vedi).

Dal canto suo Eugenio Scalfari si rivolgeva alla folta schiera dei nostri concittadini che ostentano la loro indifferenza verso le bravate machiste di Mr. B., convinti di dimostrare così il proprio essere “uomini di mondo”  – e dissimulare la propria essenza di irrecuperabili parvenu, in perfetta sintonia con il loro beneamato leader, così audace da associare all’idea che ha di se stesso niente di meno che  la categoria dell’eleganza – per chiedere loro come possano nutrire altrettanta indifferenza verso un malgoverno dell’attuale crisi italiana che si caratterizza per incoscienza, incompetenza, prevaricazione senza limiti (v. editoriale).

La cosa peggiore, a me sembra, è che con l’irresponsabile aumento delle spesa corrente – foriera di pressioni inflattive che obbligheranno a politiche tali da soffocare nella culla le spinte alla ripresa che dovessero cominciare a manifestarsi – e con il gioco al massacro sul piano delle politiche sociali, della lotta all’evasione, della deformazione della giustizia, si sta mettendo in atto una politica di terra bruciata nei riguardi di una qualsiasi, possibile alternativa di governo del paese.

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NEOSTOICISMO… MA QUALE?

Il Prof. Maurizio Ferraris, nel supplemento Domenica di Il Sole 24 Ore del 22 Marzo, a proposito dei progressi della scienza in ordine alla possibilità di prolungare la vita umana a centovent’anni, e della rimozione della morte nella società moderna, afferma la necessità di “una forma di neostoicismo”. E conclude la sua lezione con un esperimento mentale.

Immaginiamo qualcuno che ci offra l’alternativa tra; A: vivere sino a centovent’anni, in perfetta salute e giovinezza, una variante di Dorian Gray, ma essere dimenticati da tutti un secondo dopo la nostra morte, \e B: vivere sino a settant’anni, magari anche con degli acciacchi, ma in modo tale che tutte le nostre tracce (i ricordi che abbiamo lasciato di noi, i nostri eventuali scritti eccetera) sopravvivano per un tempo ragionevolmente lungo, anche se non necessariamente così lungo come quello che ci separa dal momento in cui la terra finirà dentro al sole, perché a quel punto avremmo a che fare con umanità troppo diverse da noi. Immagino che molti sceglierebbero, con me, la soluzione B. E credo che chi lo facesse avrebbe almeno in parte imparato a morire, cioè, forse, a vivere con filosofia.

Pienamente d’accordo sulla necessità di neostoicismo: nutro tuttavia qualche serio dubbio sul fatto che sia proprio la scelta dell’alternativa A a dimostrare di avere imparato a vivere, e morire, con filosofia…

Partirei dal presupposto che, dopo la nostra morte, il fatto di essere dimenticati o ricordati non sia in grado di recare, a noi che siamo veramente e definitivamente morti (oppure precisiamo – per non escludere tutti quelli che una fede in qualche vita post- od extra-terrena la rivendicano – morti almeno rispetto a una vita che in ogni caso sarebbe troppo diversa da quella successiva), né tormento né conforto di sorta.

Il desiderio di lasciare tracce che ci sopravvivano – e attraverso le quali sopravvivere come memoria e/o possibilità cognitiva in alcuni dei nostri simili per qualche tempo, non può che essere rivolto a procacciarci una gratificazione sino a che, e soltanto sino a che, siamo vivi (o quanto meno fino a che gli acciacchi non siano di quelli che giungono ad invadere essenziali funzioni cognitive né, in particolare, la cognizione di sé).

Naturalmente, tutto ciò nella fiducia che la tracce che lasciamo siano tracce mantenute e custodite di buon grado da coloro cui sono affidate (a meno di non essere tanto malvagi da desiderare che vi sia anche chi debba conservare queste tracce con grande pena nello spirito e magari anche nel corpo). Poiché difficilmente, penso, sia possibile essere certi di lasciare unicamente tracce “positive”, dobbiamo necessariamente cercare di rimuovere il pensiero delle altre.

In sostanza, cioè, il desiderio di lasciare queste tracce non può non essere diretto a soddisfare una qualche forma della nostra vanità. E dobbiamo anche poi saper sopportare con tranquillità il fatto che le tracce lasciate in coloro che più ci abbiano amati e più acutamente sentano la nostra mancanza, provochino per qualche tempo nelle persone amate sofferenza e dolore. Valutiamo, evidentemente, che il piacere della memoria delle nostre tracce valga, per loro,  la pena della separazione.

Anche sotto questo punto di vista, perciò,  stiamo sempre cercando di gratificare la nostra vanità di vivi.

E’ proprio un esempio di neostoicismo, questo atteggiamento:  davvero è così che si dimostrerebbe di saper morire – e quindi vivere – con filosofia?

L’alternativa A, certamente, come illustra il Prof. Ferraris, non pone al riparo da traumi e sofferenze anche notevoli (nonostante l’estrema ipotesi della giovinezza e salute fino all’ultimo): veder morire gli amici, persino i figli  – e magari qualcosa di più che limitarsi a vederli morire – non può non richiedere l’esercizio di una forza d’animo notevole.

E però. l’ipotesi di essere dimenticati un secondo dopo la nostra morte ci assicurerebbe che nessuno debba patire dolori e sofferenze per essere stato privato della nostra esistenza o per doverne ricordare le offese che attraverso di essa abbiamo, per malvagità o altra ragione, loro inferto.

Nei limiti in cui ci curiamo delle persone amate – e sappiamo pentirci del male, volontariamente o involontariamente arrecato anche a persone non amate – un’idea del genere potrebbe avere un suo aspetto gratificante: e gratificante, forse, verso la parte migliore di noi, quella sollecita del bene altrui – del bene generale, quello che sta a cuore dello stoico – ancorché a prezzo della nostra vanità o, comunque, del nostro desiderio di non essere del tutto morti.

Non può essere, allora, che proprio chi scelga questa alternativa pratichi meglio il neo-stoicismo necessario a questa nostra società, dimostri di saper morire – e quindi vivere – con filosofia?

IL MONDO ESISTE DAVVERO… DAVVERO?

Secondo alcuni esperimenti riferiti dall’Economist,  sembra che sia stata raggiunta la prova dell’esistenza reale del mondo,  indipendentemente dal fatto che esso venga fatto oggetto di osservazione.

In base alle teorie quantistiche i fenomeni del mondo fisico non sono indipendenti dall’osservazione: di qui la legittimazione di un’ipotesi estrema, e cioè dell’esistenza del mondo solo come effetto dell’osservazione…!

Per questo l’Economist della settimana 7-13 marzo può titolare: La buona notizia è che la realtà esiste. La notizia cattiva è che è anche più stramba di quanto si pensasse.

Senza contare che rimane pur sempre una questione aperta. Esiste un mondo reale indipendentemente dal fatto che ci sia qualcuno che,  pur senza osservarlo, lo pensi?

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