“QUOTE ROSA” – INDIZI DI IGNAVIA IN ZONA “PROGRESSISTI”

Parecchio deludenti, al limite del preoccupante, i risultati del sondaggio sulla  questione delle quote rosa pubblicato l’ 8 marzo da Repubblica.

Verissimo, non si tratta di un sondaggio con valore statistico, ossia effettuato in base a criteri scientifici comprovati: lo stesso quotidiano lo precisa (si tratta di quelli che, nella normativa dell’Autorità che ne regolamenta la pubblicazione sui quotidiani, vengono definiti “inchieste”, non “sondaggi”:  ma si sa, in Italia la propensione ad eludere, se appena sia possibile, la corretta etichettatura dei prodotti non è certo appannaggio esclusivo dei bottegai).

Però qualche indicazione ne viene fuori: fortemente demoralizzante, se accogliamo l’ipotesi che la platea dei lettori di Repubblica dovrebbe essere – quanto meno moderatamente – progressista, aperta, illuminata.

Intanto il numero di quanti hanno risposto al sondaggio – nemmeno 3500 dalla sera del 6 marzo al pomeriggio del 9 marzo – appare davvero esiguo.  

Per la verità non sono riuscito a trovare dati confrontabili sulla partecipazione del pubblico a questo tipo di “sondaggi”  del quotidiano. E’ facile però verificare che  “sondaggi” su argomenti  in qualche modo assimilabili, di carattere politico (liste bloccate, valutazioni su ministri in carica od in pectore, incontro Renzi-Berlusconi) pubblicate sul  Corriere della Sera, tra gennaio e febbraio, hanno partecipato almeno attorno a 20.000 lettori, spingendosi in un caso a quasi 45.000.

Credo sia difficile contestare che, evidentemente, i lettori di Repubblica non appaiono appassionarsi particolarmente a questo tema .

Ma ancora più deludenti e scoraggianti sono i risultati delle risposte di questo manipolo di persone: a tutte le domande poste dal sondaggio, le risposte sostanzialmente avverse al metodo delle quote riscuotono dal 50 al 54 per cento dei voti, di contro al 44% delle risposte favorevoli (la differenza è determinata dai “non so”). Leggi il resto dell’articolo

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INPS RISPONDE … a chi? e quando?

Avevo inviato al servizio INPS RISPONDE, in data 2 settembre, una richiesta di informazione per sapere perché, a differenza dagli anni precedenti, il rimborso dell’eccedenza IRPEF da me pagata non  fosse stato effettuato nel mese  di Agosto, né in quello di Settembre; e per sapere quando si prevede che verrà dato corso al rimborso. Richiesta che mi sembrava semplice e legittima, visto che l’INPS continua a trattenermi regolarmente la quota IRPEF sulla pensione mensile.

inps

Ho ottenuto velocemente, il giorno dopo, la risposta automatica dell’INPS, con la quale mi si comunicava il numero di protocollo con cui accedere successivamente al sito per trovare la replica al mio quesito.

Da qualche giorno dopo di allora, e a tutt’oggi 11 Ottobre, questa replica mi dice: “Richiesta smistata alla Sede di competenza.(Che la sede di competenza sia stata trasferita su Marte?)

Identica replica ha sortito una mia richiesta del 23 Settembre in cui chiedevo ragione di tutto questo tempo per replicare ad un quesito così semplice.

In assenza di risposta, ho poi dedicato una mattinata dell’inizio di Ottobre all’impresa necessaria per entrare in comunicazione con il call center dedicato dell’INPS.  Questa mi è alla fine valsa ad ottenere la strabiliante novità: “Ci sono ritardi nei rimborsi iRPEF.”

Ho fatto cortesemente presente che questo lo sapevo già, visto che era Leggi il resto dell’articolo

INVOLUZIONE INCIVILE

Per quanto le TV, pubbliche e private, ci abbiano abituato all’annosa riproposizione di cabarettisti, intrattenitori, conduttori sempre uguali a se stessi e di rispettivi look, battute, format anch’essi inesorabilmente uguali a se stessi, che tutto ciò si ripeta con la pletora di apparizioni di un personaggio come Silvio Berlusconi e delle favole da lui impunemente propalate su passato e futuro,  aggiunge irritazione ed avvilimento alla noia per il degrado del piccolo schermo. Tanto più perché appare inevitabile pensare che in qualsiasi altro paese civile un personaggio così squalificato non avrebbe trovato udienza neanche nelle peggiori delle delle grandi reti televisive.

Occorre però riconoscere che l’avvilimento è reso ancora più amaro dal comportamento, nei suoi confronti, di giornalisti, conduttori, intervistatori più o meno improvvisati.   Non mi riferisco ai soliti noti, quelli che le ginocchia sbucciate a furia di genuflessioni sembrano quasi esibirle come titolo di merito;  bensì ai tanti, troppi, e spesso anche stimati professionisti, che di fronte al personaggio sembrano improvvisamente smarrire qualsiasi capacità di discernimento tra la buona educazione, certo sempre doverosa, e la deferenza, tanto più indebita nel caso specifico. A cominciare dall’appellativo con cui gli si rivolgono (quantunque si debba ammettere  che da tempo siamo scivolati dall’Italietta in cui non si negava a nessuno il titolo di dottore a quella in cui si riconosce a chiunque il titolo di presidente, purché lo sia stato di qualcosa, magari soltanto di una bocciofila, magari per qualche giorno); e per finire alle risatine imbarazzate, se non addirit-tura  compiacenti, con le quali ne accolgono le battute, dalle più melense alle più volgari.

Mi sembra sbagliato, tuttavia, prendersela principalmente con lui. Non è possibile chiudere agli occhi, per quanto sia un un ben triste guardare, di fronte al fatto che di riffa o di raffa queste apparizioni hanno aumentato il consenso tributatogli – che, sia pure ai minimi storici, comunque coinvolge non migliaia, o decine e centinaia di migliaia, ma milioni di persone – di parecchi punti percentuali.

A differenza di quanto sperava il povero Montanelli, l’esperienza dei governi Berlusconi non sembra aver funzionato affatto come vaccino efficace (ma sarebbe bastato ricordarsi della rinascita di partiti e movimenti fascisti o fascistoidi a pochi anni dalla caduta del regime mussoliniano, per capire che si trattava di una speranza illusoria). Leggi il resto dell’articolo

SCIOPERO DEI TRASPORTI URBANI – QUALE E QUANTO SENSO?

Ancora una volta si abbatte sulla città lo sciopero generale di 4 ore del trasporto pubblico.

Occorre riconoscere (avere il coraggio di riconoscere?) che questi scioperi, oramai, vengono accolti e vissuti non molto diversamente dai probabili rovesci annunciati dalle previsioni meteo: ci si arrangia per sopportare alla meno peggio ineluttabili eventi naturali.

Forse sarebbe ora di chiedersi se e quanto senso abbiano certe forme di lotta dei cui obiettivi, peraltro, non si fornisce alla cittadinanza più che qualche informazione generica e vaga – soprattutto in una congiuntura in cui la perdita e la irreperibilità del lavoro rappresentano la fonte sempre maggiore del disagio e delle preoccupazioni sociali.

Gli scioperi del trasporto urbano, per loro natura, colpiscono in termini  particolarmente immediati e diretti l’utenza e, soprattutto, quell’utenza che nel trasporto pubblico ha la propria unica risorsa di mobilità cittadina.   Per di più, a Roma e nella maggior parte delle città italiane,  dove il trasporto urbano è gestito da società pubbliche, finiscono per colpire una seconda volta la cittadinanza in quanto composta da contribuenti, sui quali si riversa inevitabilmente il danno economico che l’astensione dal lavoro vorrebbe infliggere al datore di lavoro – risparmiando in tutto o in parte soltanto evasori parziali e totali. Sotto questo profilo, quindi, si tratta di forme di lotta che, volere o nolere, non appaiono evocare le categorie dell’equo e solidale.

Sarebbe quindi importante riuscire a sapere: ma questi scioperi servono almeno, e quanto, a favorire ed accelerare la soluzione dei conflitti che ne sono all’origine?

L’impressione è che alla fin fine essi rispondano soltanto a un mero, ripetitivo rituale di esibizione muscolare da produrre al tavolo delle trattative.

Forse sarebbe davvero tempo per qualche ripensamento e qualche maggiore attenzione ai bisogni basilari della cittadinanza, da parte dei sindacati, confederali e non. Forse sarebbe davvero il tempo, anche in questo campo, per produrre qualche innovazione, nei metodi e nei contenuti.

Per non dare l’impressione, insomma, che per obiettivi non particolarmente meritevoli di essere dettagliatamente enunciati (in quanto, forse, non così ampiamente apprezzabili e condivisibili come si dà per scontato che siano) in realtà, più che in forme di lotta, questi scioperi si risolvano principalmente nella presa in ostaggio di un’utenza largamente indifesa da parte di categorie arroccate su posizioni di forza privilegiate.

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