INPS RISPONDE … a chi? e quando?

Avevo inviato al servizio INPS RISPONDE, in data 2 settembre, una richiesta di informazione per sapere perché, a differenza dagli anni precedenti, il rimborso dell’eccedenza IRPEF da me pagata non  fosse stato effettuato nel mese  di Agosto, né in quello di Settembre; e per sapere quando si prevede che verrà dato corso al rimborso. Richiesta che mi sembrava semplice e legittima, visto che l’INPS continua a trattenermi regolarmente la quota IRPEF sulla pensione mensile.

inps

Ho ottenuto velocemente, il giorno dopo, la risposta automatica dell’INPS, con la quale mi si comunicava il numero di protocollo con cui accedere successivamente al sito per trovare la replica al mio quesito.

Da qualche giorno dopo di allora, e a tutt’oggi 11 Ottobre, questa replica mi dice: “Richiesta smistata alla Sede di competenza.(Che la sede di competenza sia stata trasferita su Marte?)

Identica replica ha sortito una mia richiesta del 23 Settembre in cui chiedevo ragione di tutto questo tempo per replicare ad un quesito così semplice.

In assenza di risposta, ho poi dedicato una mattinata dell’inizio di Ottobre all’impresa necessaria per entrare in comunicazione con il call center dedicato dell’INPS.  Questa mi è alla fine valsa ad ottenere la strabiliante novità: “Ci sono ritardi nei rimborsi iRPEF.”

Ho fatto cortesemente presente che questo lo sapevo già, visto che era Leggi il resto dell’articolo

ROMA CIALTRONA…

Una sera di una delle giornate più torride di questa estate decidi di andare a cercare un po’ di refrigerio al Gianicolo – è parecchio tempo che non lo vedi.

Non ti è difficile parcheggiare la macchina regolarmente, in uno spazio lungo il marciapiede. Ma diverse auto sono parcheggiate alla rinfusa, fin sotto la statua di Garibaldi: automobilisti che non se la sentono di fare poche decine di metri a piedi.

Sulla sinistra, nel bel mezzo di una delle aiuole a prato, è in funzione una giostra schiamazzante di bambini e relativi genitori.

Quando arrivi sulla piazza, trovi ad accoglierti due chioschetti malandati, che certamente oramai nulla hanno più di caratteristico, imbottiti come sono di fast food e bevande prodotti in serie e reperibili in qualsiasi bar. Ad essi si è aggiunta una megastruttura cui è stato consentito – certamente al riparo della sua fin troppo evidente temporaneità – di realizzare una combinazione unica di brutture e pretenziosità, con divani, divanetti, tavolini e lampioncini. Il nome, su un lato esterno delle pareti, è all’altezza dell’opera: “The Panorama” .

Non fosse sufficiente l’inquinamento visuale, da questo megabar si spande per il Gianicolo, con volume a palla, una dozzinale e sgangherata disco-music, cui fanno eco, a poche decine di metri di distanza, i ritmi altrettanto dozzinali trasmessi, sempre a tutto volume, da uno dei chioschetti. Se vuoi goderti la vista notturna devi sottometterti a questo frastuono incrociato, a tratti corroborato dal passaggio di qualche auto con ciurme di coatti, anch’essi impegnati ad assordare il prossimo con le percussioni dei loro hi-fi al massimo della potenza: la magia del silenzio notturno, garbatamente rotto solo dal frinire di cicale tardive o di grilli, lo puoi soltanto fantasticare. Leggi il resto dell’articolo

FUNZIONI PUBBLICHE E POSTA ELETTRONICA – MOLTO FUMO, POCO ARROSTO

In una lettera pubblicata il 10 luglio da La  Repubblica, Paola Collina, dipendente statale, lamenta che ad aggravare le difficoltà del lavoro degli uffici pubblici si è da qualche tempo aggiunta la pessima abitudine degli utenti di bersagliarne con le proprie proteste gli indirizzi di posta elettronica, con un vero e proprio mail bombing che intaserebbe gli account e, a causa delle norme sulla trasparenza,  costringerebbe il povero pubblico dipendente a perdere il proprio tempo per rispondere.

Non conosco, nello specifico, la situazione rappresentata da Paola Collina. Trovandomi però, da cittadino utente che qualche volta amerebbe ottenere risposte da pubblici funzionari ed istituzioni, mi azzardo a formulare qualche ipotesi sulla questione.

La realtà è che  moltissime volte, troppe volte, scrivere a questi indirizzi, specialmente – ma non solo – nel caso di enti statali, non produce nessuna risposta, ma proprio nessuna, nemmeno un atto di ricezione automatico o un rifiuto chiaramente motivato. Oppure talvolta, peggio, per tutta risposta si ottiene una reiterazione pedissequa di informazioni già note sulle quali, magari, si richiedevano chiarimenti.

Uffici e funzionari che, con l’avvento degli indirizzi di posta elettronica, sembravano finalmente a portata di voce, rimangono invece lontani, intangibili ed ottusi; come, e più, di quando l’unica possibilità di accesso si affidava ai numeri di telefono, verdi o meno, buoni soltanto a deliziarti con brani musicali stravolti e ripetitivi (magari persino a pagamento), e a trattenerti con la promessa di non farti “perdere la priorità”, cui troppo spesso segue la “caduta della linea” o il segnale di “occupato”.

Appena qualche mese fa mi è capitato – e lo dico con estremo rammarico – di non ricevere uno straccio di risposta dopo essermi rivolto, dapprima, a Marco Marafini,  dirigente della Regione Lazio (mmarafini@regione.lazio.it), e qualche tempo dopo  allo stesso Presidente della Regione, Zingaretti (presidente@regione.lazio.it). Eppure il mio quesito non riguardava affatto un problema personale, bensì una questione di interesse generale attinente alle modalità di pagamento a favore di pubbliche amministrazioni (questione che, detto per inciso, aveva ricevuto ben altra attenzione dall’Ufficio per la  Semplificazione Amministrativa, quand’era in carica il tanto deprecato governo Monti – vedi qui).

Evidentemente, a livello di istituzioni e relativo personale, non ci si rende ancora abbastanza conto del fatto che quanto, nel caso di semplici privati o di aziende, è soltanto manifestazione di cafonaggine, cialtroneria, od insipienza, da parte di funzionari e rappresentanti pubblici evidenzia, in aggiunta ed oggettivamente, un pessimo livello di sensibilità, e fors’anche di responsabilità, civica e democratica. Sebbene personalmente non ne condivida l’azione, mi sembra comprensibile che tutto ciò possa indurre in alcuni cittadini  forme di protesta comunicativa anche vistose… 

Sarebbe eccessivo pretendere che le nostre amministrazioni prendessero a modello altri paesi, come gli USA, nei quali, a dar l’esempio dall’alto, vengono pubblicamente indicate 7 (sette) modalità per potersi rivolgere al Presidente Obama: il quale, ovviamente, non risponderà personalmente – anche se in casi eccezionali lo ha fatto – ma assicura la disponibilità di personale e uffici in grado di soddisfare le domande dei concittadini.

Anche in Italia abbiamo casi e situazioni, specie a livello locale, che costituiscono casi esemplari, tutt’altro che impossibili da imitare. Mi piace citare il caso della Provincia di Pavia, dove il suo Presidente, Daniele Bosone, ha creato un apposito sito sul quale non soltanto risponde alle più disparate domande di singoli cittadini, ma pubblicizza domande e risposte a beneficio dell’intera comunità (vedi qui).

Ma insomma, alla fin fine, laddove funzionari ed uffici pubblici non siano in grado o non abbiano voglia di gestire decentemente la comunicazione digitale con il pubblico, sappiano almeno rinunciare ad imbellettarsi con inutili indirizzi di posta elettronica usati come segni di una modernità e una disponibilità all’ascolto soltanto apparenti. Risparmiando così, a se stessi e agli ingenui cittadini, fastidi e perdite di tempo.  

[tweetmeme only_single=”false”]

IMU – QUANDO LA CASA “PRIMA” PAGA PER “SECONDA”

Tra le tante possibili chicche in grado di evidenziare quanto approssimativa, peciona e fuorviante possa spesso essere l’informazione nostrana, è di questi giorni il gran parlare che si fa dell’IMU. Ed a questo proposito è stata reiterata senza eccezione in tutti i media – dalla stampa (anche quella che si compiace di definirsi specializzata), ai telegiornali, ai talk show d’ogni emittenza, pubblica o privata – la notizia che, sospesa per la prima casa (con alcune eccezioni), l’IMU deve essere regolarmente pagata per quanto si riferisce alle seconde case entro oggi,  17 giugno (in acconto, per la parte di spettanza dei comuni).

In un post dello scorso anno ho già avuto modo di rilevare che questo modo di presentare le cose è assolutamente impreciso (http://wp.me/prth2-i2). Circa l’IMU il  fisco fa riferimento alla abitazione principale, quella dove vive prevalentemente il nucleo familiare, non alla prima casa, definizione utilizzata in sede di imposte sulla compravendita di immobili. A questa differenziazione semantica il legislatore ha scelto di ricorrere per prevenire l’estensione dei tassi di imposta agevolati  – riservati all’abitazione dove effettivamente dimora la famiglia – ad eventuali abitazioni aggiuntive rispetto alla prima casa adibita a dimora abituale, ma pur sempre acquisite e intestate come prima casa a moglie ed eventualmente figli.  Insomma, una norma rivolta, nelle intenzioni, a prevenire una elusione estesa quanto quella che, di fatto, viene oramai ampiamente praticata, e generosamente tollerata, in sede di compravendite immobiliari.

Senonché questo modo tipicamente italiano di cercare di risolvere i problemi per vie traverse, ed apparentemente astute – mettendoci una pezza, come si dice –  ha prodotto, inevitabilmente una iniquità – tra le tante che si imputano all’IMU – che ho già avuto modo di definire grottesca. Difatti, quei nuclei familiari che possiedono una sola casa nella quale tuttavia non possano abitare (perché troppo piccola, o situata in altra regione, o qualsivoglia altro fondato motivo) devono corrispondere, per essa,  l’aliquota sensibilmente più elevata prevista per le seconde case nonostante che, essendo unica, essa sia ovviamente e incontrovertibilmente prima. Leggi il resto dell’articolo

CLIENTELISMO PADANO

Chissà quante volte e in quanti luoghi della Padania si sarà pontificato o gridato sul clientelismo come malapianta congenita, caratteristica  e inestirpabile del Sud e dei terroni.

Succede ora a Varese che una mozione dell’opposizione consiliare del Comune   per revocare la cittadinanza onoraria a Mussolini (… il cui unico difetto, a mio parere, è quello di essere giunta assai tardiva!) sia stata respinta ad opera di PdL e Lega, e con la pilatesca assenza del sindaco.

Gli argomenti a supporto di questa decisione, secondo quanto riportato dalla stampa?

“Revocare la cittadinanza a Mussolini sarebbe una decisione contro la storia”, secondo il pdl Giacomo Cosentino. E, secondo la Lega, Varese avrebbe un debito di gratitudine verso  Mussolini. Infatti, secondo il vicecapogruppo del Carroccio in consiglio comunale, “il giudizio sui dittatori è un conto, altro è la cittadinanza onoraria a Mussolini. Il quale aveva deciso per Varese capoluogo e Varese provincia”.

Cioè, negare al principale responsabile delle peggiori rovine del nostro paese del secolo scorso – e cui è certo imputabile la responsabilità oggettiva dell’uccisione di circa trecento partigiani e della deportazione di un’ottantina di cittadini del varesotto –  una cittadinanza onoraria sarebbe qualcosa di antistorico: e come si potrebbe mancare di rendere onore ad un quanto si voglia esecrabile dittatore se ha avuto  l’eccezionale  benemerenza di promuovere Varese al rango di provincia e capoluogo? 

Immaginate se  situazioni  e argomenti simili potrebbero mai trovare cittadinanza in Germania con riguardo ad Hitler?

Che poi, a questi celtici esponenti della Padania fa evidentemente difetto qualsiasi senso del ridicolo. Perché i loro argomenti equivalgono a riconoscere che, insomma, senza l’intervento niente po’ po’ di meno che di un Mussolini,  Varese non avrebbe mai avuto i numeri per vedersi riconoscere le funzioni di  provincia e di capoluogo. 

Contenti loro…

 

[tweetmeme only_single=”false”]

MEMORIA SCARSA, PRETESE TANTE, VISTA CORTA – CRISI E RIFIUTO DELLA REALTA’

I risultati delle recenti elezioni amministrativi non bastano certamente – ed è in ogni caso auspicabile che non siano considerati bastevoli – a trarre grande conforto rispetto a delusione, avvilimento e irritazione provocate dai risultati delle elezioni politiche del 25 febbraio scorso.

Che il Partito Democratico e i suoi massimi dirigenti non abbiano dato buona prova di sé,  sprofondando sino al nadir segnato dalle vicende della elezione del Presidente della Repubblica, rimane una realtà innegabile. Al di là delle molteplici e contrastanti tesi ed interpretazioni complottarde, inciuciarde – e, a mio parere, soprattutto  pasticciate – dell’accaduto, mi sembra che sia stato scarsamente evidenziato il caratterizzarsi di quanto verificatosi come il vero e proprio scoppio di una bolla: risultante, in questo caso, da un intreccio perverso di avventatezza, sicumera, pavidità e desolante carenza di leadership politica.

Tutto ciò detto e riconosciuto, però non mi sembra davvero che le   interpretazioni e le reazioni largamente prevalenti espresse da commentatori ed opinionisti, di grido o meno, così come da esponenti più o meno autorevoli – e talvolta sorprendentemente inclini all’autoritarismo – della società civile, per terminare  con talune esternazioni ribellistiche di militanti noti e meno noti e di diverse strutture di base dello stesso PD, abbiano dato prova di particolare perspicacia e raziocinio. E trovo un supporto, in questo giudizio, proprio nella sorpresa che viene oggi manifestata dagli stessi soggetti rispetto ai risultati delle amministrative.

Tanto per esemplificare, a me è sembrata emblematicamente grottesca la caccia  ai 101 traditori, additati come congiurati di una manovra occulta per l’affossamento della candidatura Prodi, la mancata realizzazione di un  governo di cambiamento e la preferenza per un governo di larghe intese. Una caccia che sembra trascurare il fatto, non proprio insignificante, che comunque l’adesione dei 101 non avrebbe consentito il raggiungimento del quorum per l’elezione di Prodi. Già nel formulare la proposta, quindi,  si contava di poter raggiungere i voti necessari con le successive, ulteriori votazioni: ma allora, perché mai non si è insistito, da parte della stragrande maggioranza dei grandi elettori PD-SEL, perché si continuasse a votare Prodi, tentando  di recuperare una parte almeno dei voti riottosi e acquisirne altri, anche in seno al Movimento 5 stelle? Non è forse la norma, nella storia della  nostra repubblica, che il  Presidente venga eletto dopo numerose e spesso alternanti votazioni?

Personalmente, non trovo nemmeno convincente l’ipotesi che i 101 voti mancanti appartenessero tutti e soltanto ai ranghi del PD. Una ipotesi data universalmente per scontata ma ciò nonostante  indimostrabile,  dal momento che il voto è segreto e che nemmeno l’uso dei puntini – prima, dopo, o in mezzo al nome – può considerarsi uno strumento incontrovertibile di riconoscimento del voto. (Incidentalmente: perché mai non si adotta per le votazioni dei grandi elettori la regola secondo cui gli espedienti diretti a rendere riconoscibile il proprio voto ne comportano la nullità, così come è regola per le votazioni di noi piccoli elettori?)

Ma di più, e inoltre: quale senso ha,evocare le categorie del tradimento e dei traditori in sede di elezione del Presidente della Repubblica? Qui non è certo in discussione l’irresponsabilità e/o l’incoerenza e la pavidità politiche di  quanti in un’assemblea democratica abbiano aderito, addirittura per acclamazione, ad una candidatura, salvo poi boicottarla nel segreto dell’urna. E tuttavia, se la nostra Costituzione prevede che  questa elezione avvenga a scrutinio segreto – evidentemente per affrancare gli elettori da qualsiasi tipo di pressione e consentirne il concorso al di là delle appartenenze  – come si fa a parlare a cuor leggero di tradimento quando i risultati non siano conformi a dichiarazioni e/o previsioni? Dobbiamo allora presumere che la ricerca delle larghe convergenze prevista per questa elezione debba necessariamente  contare sulle dimensioni comparative dei tradimenti che si verificano all’interno degli schieramenti? Oppure si presume che quelli dei nostri che non votano per il nostro candidato siano null’altro che traditori, mentre quelli dei loro che non votano per il loro candidato, siano encomiabili illuminati sulla via di Damasco?

Ancor più lontano da qualsiasi ragionevolezza sta il fatto che il biasimo, l’ira, la derisione e l’irrisione per il mancato obiettivo di dar vita a una svolta, al  governo di cambiamento, siano stati tutti ed esclusivamente appuntati, pressoché da tutti,  contro la dirigenza del PD, che finisce per esser considerata non soltanto la principale, ma l’unica responsabile del cosiddetto inciucio PDL-PD.

Lasciamo perdere il paradosso per cui i rimproveri più acuti contro il PD sono quelli levatisi da parte di chi non ha votato la coalizione PD-SEL, contribuendo così a indebolirne le posizioni di forza. Questo risponde al costume folcloristico cui ci hanno da tempo abituato  frange fin troppo cospicue,  tanto intransigenti quanto inconcludenti, di sedicenti esponenti, puri e duri, della sinistra, di quella vera.

Ma come si fa a dimenticare, o comunque a non mettere nel conto, che in virtù dei risultati del voto del popolo sovrano del 25 febbraio, l’unica possibilità di un governo di cambiamento avrebbe potuto realizzarsi con la convergenza, in Parlamento, dei voti della coalizione PD-SEL e del Movimento 5 Stelle ?

E allora, come si fa ad imputare non già la principale, ma qualsiasi responsabilità di questa mancata convergenza al PD ed alla sua dirigenza?

Sembra annegato nell’oblio collettivo il fatto che già a partire  dall’iniziale  proposta dei famosi 8 punti Bersani  il Movimento 5 Stelle ed il suo mentore Grillo  – mentre accusavano Bersani di aver rubato almeno alcuni di quei punti al loro programma! – hanno proclamato chiaro e tondo che non avrebbero mai appoggiato, nemmeno astenendosi sulla fiducia, un governo di centrosinistra. Chi è mai che, con coerenza e costanza adamantine, ha operato perché si verificassero le condizioni di necessità che hanno portato al governo di larghe intese, dando a bere a folte schiere di gonzi come una profezia quello che, a chiunque guardi ai fatti senza paraocchi, risulta essere un obiettivo preciso, del resto  in diverse occasioni apertamente conclamato come strumento essenziale  per spazzar via tutto il vecchiume della politica?

Dagli innumerevoli e variegati spalti dai quali si lanciano invettive e reprimende sul vergognoso ed innaturale connubio PD–PDL a me non risulta sia stata mai lanciata una qualsiasi proposta concretamente alternativa: una proposta, cioè, realizzabile senza cacciare il paese nell’avventura drammatica di una assenza di governo e della  reiterazione delle elezioni con questa stessa legge elettorale: con tutto quel che potrebbe conseguirne – ancora oggi –  sul piano economico e sociale, in una situazione di crisi della cui gravità si rimpinzano talk-show, testate giornalistiche, inchieste strappalacrime, ma che poi non si considera sufficiente a configurare uno stato di necessità da affrontare così come si può.

Il grande argomento agitato da tanti, da pressoché tutti, è che si sarebbe tradita la volontà dell’elettorato, la cui maggioranza ha dimostrato di non volerne più sapere di Berlusconi. Leggi il resto dell’articolo

Verso la Repubblica delle Comiche (…finali?)

Non soltanto in fette consistenti dell’elettorato italiano ma, a quanto pare, anche tra persone che vengono solitamente definite serie, sta prendendo piede l’idea che governo e politica di questo paese dovrebbero essere confidati a dei comici.

Sembra di assistere a una sorta di coming out collettivo. Dopo le prove esperite con l’era mussoliniana e l’era berlusconiana,  pare sia venuto il tempo di accantonare ipocriti veli e dissimulazioni e ricorrere, senza tanti infingimenti, a dichiarati professionisti della comicità.

Sull’onda della strabiliante affermazione  elettorale del movimento capeggiato da Beppe Grillo, il tiro si è alzato.  Sono stati moltissimi ad avanzare a gran voce, e in tutta serietà,  la proposta di eleggere Dario Fo alla Presidenza della Repubblica (proposta peraltro declinata dall’interessato per ragioni… di età ed impegni pregressi). 

Ma a questo punto perché trattenersi ancora e non avanzare proposte più organiche e definitive?

Si potrebbe pensare, ad esempio, di investire Maurizio Crozza della carica di Presidente del Consiglio.

La squadra dei Ministri potrebbe poi essere validamente costituita da personaggi eminenti come:

  • Gigi Proietti, al Ministero degli Interni
  • Paolo Villaggio all’Economia e Finanza
  • Lino Banfi ai Beni Culturali
  • Teo Mammucari, all’Istruzione, Università e Ricerca
  • Bud Spencer alla Difesa
  • Daniele Luttazzi alla Giustizia

Senza trascurare assolutamente un certo equilibrio di genere, proponendo magari:

  • Rosalia Porcaro, agli Affari Esteri
  • Luciana Littizzetto, all’Ambiente
  • Francesca Reggiani, alla Sanità
  • Geppi Cucciari, al Lavoro e Politiche sociali

Né mancherebbero i nomi per dei Ministri senza portafoglio, quali:

  • Enrico Brignano ai Rapporti con il Parlamento
  • Antonio Albanese alle Pari Opportunità
  • Franca Valeri alla Gioventù.

Insomma, quelli indicati sono soltanto possibili esempi: ma c’è di che sbizzarrirsi, se in questo momento si ha voglia di essere in linea con gli atteggiamenti più trendy dei fautori della palingenesi, furiosi detrattori della Repubblica delle Banane.

P.S. Tutto questo – sia ben chiaro – senza voler fare assolutamente torto ad alcuno dei professionisti della comicità italiana elencati, od elencabili, tutti  sicuramente assai più seri e consapevoli di chi avanza certi tipi di proposte.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: