Williams, John

STONER

Il terzo romanzo di John Williams (1922-1994), pubblicato originariamente nel 1965, ma riscoperto poi a metà circa degli anni 2000, narra la vita di Stoner, docente di Inglese nell’università del Missouri.

William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa Università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore [ma nell’originale è assistant professor] e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido. Quando morì, i colleghi donarono alla biblioteca dell’università un manoscritto medievale, in segno di ricordo. Il manoscritto si trova ancora oggi nella sezione dei “Libri rari”, con la dedica: «Donato alla Biblioteca dell’Università del Missouri, in memoria di William Stoner, dipartimento di Inglese. I suoi colleghi.»

Può capitare che qualche studente, imbattendosi nel suo nome, si chieda indolente chi fosse, ma di rado la curiosità si spinge oltre la semplice domanda occasionale. I colleghi di Stoner, che da vivo non l’avevano mai stimato gran che, oggi ne parlano raramente; per i più vecchi il suo nome è il monito della fine che li attende tutti, mentre per i più giovani è soltanto un suono, che non evoca alcun passato o identità particolare cui associare loro stessi o le loro carriere. [p. 9]

Questo l’incipit del romanzo con il quale viene presentato il protagonista: una presentazione modesta, dimessa, addirittura scoraggiante.

Figlio unico di contadini consumati dalla dura vita dei campi, il giovane Stoner parte per l’Università del Missouri, a Columbia, per studiare Agraria, nell’intento di recare un contributo di modernità alla rivitalizzazione della piccola azienda paterna. Ma lì scoprirà prestissimo una irresistibile passione per lo studio, e poi per l’insegnamento, dell’Inglese. La sua vita di professore non sarà gratificata da onori o successi: al contrario, entrerà in conflitto con il professor Lomax, al cui potere accademico contrapporrà, senza successo, la sua fedeltà ai principi del rigore e della serietà dell’insegnamento. Il suo matrimonio sarà sfortunato, tanto da condurre anche alla forzosa interruzione del rapporto affettivo privilegiato stabilito sin dall’infanzia con la figlia. L’amore appassionato e felice che, negli anni della maturità, lo legherà per qualche tempo a una sua assai più giovane allieva, dovrà essere oggetto di una dolorosa e sofferta rinuncia. Alla fine lo troveremo sul letto di morte a confrontarsi con i lutti, le perdite, gli insuccessi della vita trascorsa:

Spietatamente, vide la sua vita come doveva apparire agli occhi di un altro.

Ponderatamente, con calma, realizzò che doveva sembrare un vero fallimento. [p. 318]

Siamo dunque coinvolti nella storia deprimente di un personaggio e di una vita tristi, infelici, disgraziati?

Niente affatto. Il fascino e la bellezza di questo romanzo sta proprio nella sua capacità di avvincere il lettore nella scoperta e nella realizzazione progressiva dell’importanza e della grazia salvifica dell’essere rispetto all’apparire. Procedendo nella lettura si comprende quanto possa essere articolata e ricca la personalità di un personaggio che ad un primo sguardo diresti comune e insignificante. E al di là delle delusioni, delle traversie, di immeritate avversità incontrate nel corso dell’esistenza, la storia la pienezza, la dignità e l’unicità del senso che può essere trovato in, e conferito a, una vita ordinaria, dal carattere e dall’impegno del protagonista.

Proprio per questo a William Stoner si addice a pieno titolo la definizione letteraria di eroe della storia. E nonostante che essa sia quanto di più lontano possa immaginarsi dalle storie che meglio si prestano agli espedienti del genere, gli effetti di suspense che lo svolgimento delle vicende e la riflessione su di esse e sul personaggio – non di rado arricchite dall’intervento di un narratore esterno, onnisciente – appaiono del tutto paragonabili a quello di un thriller.

Non si può mancare di sottolineare, infine, il contributo decisivo conferito al risultato del romanzo dalla scrittura, dal fraseggio, dalla lingua del racconto, che si elevano nei toni e nell’espressività man mano che si arricchisce il ritratto di Stoner, così che l’amore per lo studio e la cultura dei classici del personaggio trova piena corrispondenza nelle modalità classiche della narrazione.

Quella che potrebbe definirsi la stella polare dell’atteggiamento di Stoner e del suo comportamento può identificarsi nelle parole che gli rivolge il suo insegnante e mentore, Archer Sloane, allorché al protagonista si presenterà un dilemma cruciale: seguire l’esempio dei suoi amici e colleghi che scelgono l’arruolamento, quando l’America viene coinvolta nel conflitto europeo, o continuare invece a impegnarsi nella propria vocazione universitaria?

“Deve ricordare chi è e chi ha scelto di essere, e il significato di quello che sta facendo. Ci sono guerre, sconfitte e vittorie della razza umana che non sono di natura militare e non vengono registrate negli annali della storia. Se ne ricordi, al momento di fare la sua scelta.” [p. 46]

E certamente Stoner se ne ricorderà in tutte le occasioni in cui nel corso della vita sarà posto di fronte a scelte difficili e non di rado dolorose, sia che esse riguardino la sua passione per l’apprendimento e l’insegnamento dei classici, sia che riguardino il mondo degli affetti e della passione amorosa, sia ancora – e tanto più – il loro eventuale intersecarsi.

Ed è ancora nelle pagine inziali del romanzo che troviamo un significativo accenno anticipatore di quello che sarà, in definitiva, il fondamentale atteggiamento laico e stoico di Stoner rispetto ai rovesci della vita e, specificamente, al grande tema della morte; un atteggiamento alimentato proprio dalla sua passione per i classici:

Non finiva di meravigliarsi per la facilità e la grazia con cui i lirici romani accettavano l’idea della morte, quasi che il nulla con cui si confrontavano fosse un tributo doveroso agli anni goduti in terra. E lo stupivano l’amarezza, il terrore e l’odio malcelato di certi poeti cristiani, appartenenti alla tradizione latina più tarda, davanti a una morte che, seppur vagamente, prometteva loro un’estasi eterna – come se la morte e la promessa non fossero che una beffa che gli rendeva amara la vita. [pp. 51-52]

Ma Stoner non è certo un personaggio chiuso in se stesso o, al più, nella torre d’avorio del mondo accademico. Il tema centrale della ricerca e affermazione della propria identità, della realizzazione di sé, è intrecciato ad altri temi, sia di rilevanza sociale che di natura più intima e personale. Sono i temi della guerra, dell’educazione e della funzione dell’istruzione universitaria, dell’integrità professionale, della posizione della donna nella società e nel matrimonio, dell’emancipazione femminile, da una parte; e, dall’altra parte, sono i temi dei rapporti coniugali, dell’amore filiale e genitoriale, dell’amicizia, del conformismo, della passione amorosa.

Si può certamente affermare che la coniugazione dell’amore nelle sue diverse accezioni costituisca una forza dominante nel forgiare vita e carattere di Stoner.

L’esperienza giovanile di un matrimonio che, contrariamente alle entusiastiche aspettative, si dimostrerà infelice e il profondo legame che, ad una mezza età ritenuta oramai priva di speranze e attese, stabilirà con Katherine, una studentessa assai più giovane, contribuiranno a modificare radicalmente la visione dell’amore di Stoner:

Quand’era giovanissimo, Stoner pensava che l’amore fosse uno stato assoluto dell’essere a cui un uomo, se fortunato, poteva avere il privilegio di accedere. Durante la maturità, l’aveva invece liquidato come il paradiso di una falsa religione, da contemplare con scettica ironia, soave e navigato disprezzo, e vergognosa nostalgia. Arrivato alla mezza età, cominciava a capire che non era né un’illusione né uno stato di grazia: lo vedeva come una parte del divenire umano, una condizione inventata e modificata momento per momento, e giorno dopo giorno, dalla volontà, dall’intelligenza e dal cuore. [p. 226]

E’ grazie a questa intensa relazione che Stoner sperimenterà quell’unione tra “lussuria e conoscenza” che Katherine definisce “il massimo che si può avere” [p. 229] realizzando, assieme a lei, l’unità di fondo di intelletto e sensualità:

Entrambi erano stati educati nel rispetto di una tradizione secondo cui, in un modo o nell’altro, la vita della mente e la vita dei sensi sono separate, anzi addirittura nemiche. Avevano sempre creduto, senza mai porsi veramente il problema, che quando due persone si scelgono, ce n’è sempre una che subisce. Mai avevano immaginato che potessero arricchirsi l’un l’altra; e poiché l’esperienza della verità era arrivata prima della teoria, si convinsero che fosse una scoperta tutta loro. [p.230][1]

Ed è significativo che il tema dell’unità delle passioni assuma una posizione centrale nelle riflessioni di Stoner durante gli ultimi anni della sua vita:

Oltre il torpore, l’indifferenza, la rimozione, quell’amore era ancora lì, solido e intenso. Non se n’era mai andato. […] Stranamente, l’aveva dato a ogni momento della sua vita, e forse l’aveva dato più pienamente proprio quando non si rendeva conto di farlo. Non era una passione della mente e nemmeno della carne[2]: era piuttosto una forza che comprendeva entrambi, come se non fossero che la materia, la sostanza specifica dell’amore stesso. A una donna o a una poesia, il suo amore diceva semplicemente: Guarda! Sono vivo! [p. 290]

Per concludere, appare senz’altro possibile affermare di trovarsi ad un classico che non può mancare dalle letture degli amanti della letteratura statunitense: e all’editore Fazi non si può che essere grati per averlo reso disponibile al pubblico italiano.

Mi sembra impossibile, peraltro – avendo letto il romanzo la prima volta in originale – non avanzare qualche riserva sulla versione italiana. Come mi è capitato di osservare non di rado nelle traduzioni dall’inglese, anche in questo caso mi sembra che ci sia una forte propensione a semplificare il linguaggio, ad alterare la punteggiatura, ad attenersi a certe regole convenzionali (tipicamente, evitare ripetizioni di parole ricorrendo a sinonimi), a rendere il testo assai più esplicativo: insomma, a privilegiare la ricerca di quello che evidentemente si ritiene essere un bell’italiano rispetto alla fedeltà all’originale. Ma quando, come nel caso di Williams, le forme dello scrivere sono connesse ai contenuti della narrazione in termini così stretti e funzionali, si corre seriamente il rischio di produrre non poche banalizzazioni del testo, di alterare respiro e ritmo della prosa e, talvolta, di incorrere in veri e propri travisamenti di senso (come nei due esempi citati in nota). Finendo, così, per rendere un cattivo servizio all’autore non meno che al lettore.


[1] La versione italiana sembra differire sensibilmente dall’originale, che suona come segue: avevano creduto, senza averci mai pensato veramente, che l’una avrebbe dovuto essere scelta in qualche misura a spese dell’altra. Che l’una potesse intensificare l’altra non gli era mai venuto in mente; e poiché la realizzazione concreta di questa verità era arrivata prima della sua presa di coscienza, sembrò una scoperta che appartenesse solamente a loro due.

[2] Qui la versione italiana traduce assurdamente dello spirito anziché della carne.

One Response to Williams, John

  1. lupofarm says:

    non so, non conosco l’originale, ma se quello che dici è vero, e non vedo perché dubitarne, considerato l’effetto della lettura in traduzione, l’autore è proprio un grande

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