LO SPRECO DEI TALENTI – UN CIRCOLO VIZIOSO

Una analisi, tra le tante, particolarmente interessante e, purtroppo desolante che lavoce.info ha pubblicato lo scorso dicembre è quella che riguarda la cattiva allocazione delle risorse produttive, a cura di F. Hassan e G.I.P. Ottaviano. Purtroppo c’è da aspettarsi che, come al solito, anche di questo contributo si terrà assai poco conto in tutti quegli ambiti in cui si grida alla necessità del cambiamento, senza mai decidersi a riconsiderare luoghi comuni, pregiudizi, senso comune basati su ignoranza e approssimatività, e di cui tutti non di rado siamo portatori e vittime più o meno compiacenti.

A conclusione del loro studio,  gli autori rilevano che se si procedesse ad una redistribuzione casuale – proprio così, a casaccio, senza  nessun  criterio programmatico connesso a settori, territori, dimensioni, ecc. – delle risorse capitale e lavoro tra le imprese manifatturiere, la produttività del settore… aumenterebbe del 6%!

Applicando un particolare metodo di analisi della qualità delle pratiche manageriali nel settore manifatturiero, gli autori pervengono infine alla conclusione che:

“a)      le imprese italiane promuovono i lavoratori principalmente sulla base dell’anzianità, invece di identificare e promuovere attivamente i migliori;

b)     i manager tendono a premiare le persone tutte allo stesso modo e indipendentemente dai loro risultati, invece di fornire obiettivi e premi di risultato;

c)      i dipendenti che producono scarsi risultati raramente sono rimossi dalle loro posizioni;

d)     i dirigenti non sono valutati sulla base della forza del gruppo di talenti che hanno attivamente contribuito a costruire, ed è perciò probabile che non considerino una priorità la ricerca e lo sviluppo del talento.”

Insomma, a me sembra che tutto questo sia come dire che, in seno al settore produttivo privato, i comportamenti organizzativi e manageriali non differiscono gran che da quelli che si considerano tipici del (nostro) settore del pubblico impiego e delle pubbliche amministrazioni.

Viene allora da chiedersi: ma su quali basi e argomenti un vasto (quanto solitamente vociante) novero di  politici, sindacalisti, opinionisti, considerati autorevoli, lanciano ricorrentemente grida d’allarme sui rischi che sarebbero connessi all’estensione di criteri aziendalistici di efficienza e produttività alla gestione dei pubblici servizi? E su quali fondamenti tanti commentatori, tra loro, basano lo snobismo sarcastico con cui proclamano che solo a sentir parlare di meritocrazia gli viene l’orticaria?

Non sarebbe male se costoro, cominciassero a chiedersi – accantonando certezze aprioristiche e pregiudizi ideologici – se forse, tra le cause di fondo del declino italiano non possa essere proprio questa incapacità, che sembra aver permeato l’intero settore produttivo, a mettere in atto un management del personale capace di valorizzare, incentivare e premiare talenti e competenze reali. Invece di affidarsi ai soliti criteri familisti, di fidelizzazione per appartenenza, di amici degli amici, o magari anche solo di “quieto vivere”, che non possono non generare una sfiducia diffusa nel reale valore di meriti e capacità. Leggi il resto dell’articolo

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IMU – quando l’iniquo è grottesco

Tempo di saldo della “famigerata” IMU, contro la quale si appuntano le ire di tanti contribuenti e dei loro sostenitori a caccia di consensi elettorali.

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(immagine tratta da “blogosfere”)

Penso di poter scommettere che, in vista delle prossime elezioni, fioccheranno le promesse irresponsabili rivolte ad abolire questa “tassa iniqua”.

Come è noto il conto sarà particolarmente salato per i possessori di “seconde case” o, più esattamente, di case non adibite ad “abitazione principale” del nucleo familiare, perché è su queste case che si scaricheranno gli aumenti di imposta cui molti enti locali hanno dovuto ricorrere per fronteggiare le proprie spese. Tanto più che, molto saggiamente, le nuove norme eviteranno la possibilità che si possa spacciare per “abitazione principale” tutte quelle separatamente intestate a marito, moglie e, magari, figli. Il tutto, alla fine, appare piuttosto ragionevole: il fatto che chi può permettersi di possedere altre case, oltre a quella in cui dimora, sia chiamato a contribuire in termini più che proporzionali, risponde a un normale e costituzionale principio di progressività dell’imposta. 

Mugugnare contro questa imposta, oltre tutto, appare alquanto ridicolo, quando a mugugnare sono  forze politiche e sociali che si distinguono nel caldeggiare la necessità di ricorrere a “imposte sul patrimonio”,  e  di una  “riforma federalista” grazie alla quale si portano più vicino al cittadino le possibilità di controllo sulla imposizione fiscale e sulla spesa pubblica.

Certamente, peraltro, anche qui non mancano le iniquità, a cominciare dalla attribuzione dei valori della “rendita catastale”, per cui ancora oggi abitazioni in pieno centro cittadino sono ampiamente sottovalutate rispetto a quelle di periferia. (Ecco un bell’esempio in cui l’ostilità avverso il libero mercato e le sue presunte iniquità produce iniquità reali ancora più cospicue.) Tuttavia,  a questo proposito la legge prevede la possibilità  e i mezzi per porvi, sia pure  gradualmente, rimedio.

C’è una casistica in cui, però, l’iniquità si tinge decisamente dei colori del grottesco. E’ il caso, specificamente, di chi possiede una sola casa, ma non può abitarvi – magari per il fatto che essa è troppo piccola rispetto alle dimensioni  del nucleo familiare – ed è quindi costretto a eleggere a propria “abitazione principale” una casa in affitto.

Costui dovrà pagare, per l’unica casa posseduta, la stessa tariffa applicata alle seconde, terze e quarte case di chi ha l’”abitazione principale” in un immobile di sua proprietà. Casa in affitto per l’acquisto della quale,  magari, il locatore avrà anche beneficiato delle agevolazioni fiscali previste per l’acquisto di “prima casa”. E in qualche caso, perché no, per giunta l’affitto da corrispondere sarà pure – in toto o in parte – un affitto “in nero”, che è ancora assai spesso l’unica via attraverso la quale riuscire a trovare un’abitazione in affitto (sempre grazie a quelle misure che pretendono di contrastare le “iniquità” del libero mercato…).

La legge non prevede che a questa particolare iniquità – per cui l’imposta assume addirittura un carattere regressivo – possa in qualche modo porsi rimedio o compenso.

Sicuramente, per grande che possa essere la nostra disistima della cosiddetta “casta”, non è ipotizzabile che si tratti di un caso deliberatamente provocato da un legislatore altrettanto deliberatamente perverso. E, tuttavia, il fatto che tutto ciò  sia unicamente imputabile ad un legislatore, e ad una pubblica amministrazione che ne costituisce il “supporto tecnico”, irrimediabilmente pecioni e incapaci di ben legiferare – magari assecondati da una pubblica opinione neghittosa e confusionaria – non è di nessuna consolazione per chi deve subirne le conseguenze.

Anzi!

HA STUFATO CHI DICE “GIUSTA LA LOTTA ALL’EVASIONE, MA…”

Da quando si è un po’ intensificata la lotta all’evasione – e a un Presidente del Consiglio che la giustificava al punto di promuoverla ne è succeduto uno che chiama le cose con i loro nomi (pane al pane e ladro al ladro) –  si moltiplicano a vista d’occhio quelli che, per carità, la lotta all’evasione è sacrosanta, e però… (c’è modo e modo, non se ne può fare un feticcio, no alla gogna mediatica, no alle delazioni, e via eccependo).

A me ricordano tanto quelli che, per carità, io non sono assolutamente razzista, ma… e giù ad elencare ragioni per cui i neri, o i rom, o le donne, o i terroni, ecc., sarebbero esseri umani di serie B.

L’ultimo esempio l’ho trovato il 24 agosto sul blog di Oscar Giannino, che pubblica – volentieri, si precisa– una lettera di Enrico Zanetti.

Zanetti eccepisce che l’evasione non può… diventare una fissazione, e se la prende con Monti perché il Presidente del Consiglio si è permesso di sottolineare, tra i tanti effetti negativi dell’evasione, la cattiva nomea che questa crea all’Italia in altri paesi che non conoscono il fenomeno nelle nostre proporzioni e cui, magari, un giorno potremmo doverci rivolgere per una assistenza finanziaria alla quale tali livelli di evasione non è che predispongano con entusiasmo.

Apriti Cielo! Questa sarebbe una bufala bella e buona, perché gli altri paesi non hanno nulla da rimproverare a un’Italia che ha raggiunto i livelli di pressione fiscale reale attuali, perché la questione dell’evasione è questione tutta e solo interna (della serie i panni sporchi che si lavano in famiglia?). Le vere cause delle diffidenza di stati e investitori esteri sono da individuare nella corruzione, nella burocratizzazione eccessiva, nei ritardi intollerabili della giustizia, e via elencando altri fattori: che, sia chiaro, hanno sicuramente una enorme incidenza. Ma non si capisce, e Zanetti non spiega, perché e come quell’incidenza dovrebbe annullare la concomitante  rilevanza dell’evasione. Leggi il resto dell’articolo

LA GLOBALIZZAZIONE, LA CINA E LE SCOPE DEI CONTADINI

La globalizzazione, si sa, viene indicata come causa ultima e perversa dei più diversi mali che affliggono oggi la nostra società.

Domenica scorsa, 5 agosto, la Repubblica dava spazio ad una lettera del Signor Mario Bergami, di Anacapri: un vero e proprio scoop, in quanto rivelava uno di questi mali che finora, a meno di una mia particolare ignoranza, non mi risulta essere mai stato messo sufficientemente in luce.

Lamentava, infatti, il Sig. Bergami, di aver dovuto sborsare la somma di € 7,90 per acquistare una scopa del tipo chiamato “scopa della Befana o scopa della strega”, scoprendo che essa risultava prodotta in Cina. Per cui concludeva con perentorio sarcasmo:

Questi sono i vantaggi della globalizzazione: un oggetto costruibile con materiali di scarto localmente, lo importiamo a un costo enormemente superiore a settemila km di distanza.

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E ciò perché, secondo il Signor Bergami, questa scopa è “fatta di tanti rametti secchi legati a un manico” e, fino a pochi anni fa, “i contadini se la costruivano da soli: un’ora di lavoro a costo zero.”

Ora, non mi è chiaro cosa si voglia intendere esattamente con quest’ultima affermazione: che i contadini  hanno recentemente  scoperto passatempi più congeniali in cui spendere il proprio tempo libero rispetto all’hobby della costruzione di scope della strega? Oppure che un’ora di lavoro del contadino dedicata alla costruzione di scope della strega, a differenza di qualche anno fa, vale qualcosa più di nulla, per cui non è più contabilizzabile a costo zero? Leggi il resto dell’articolo

MEZZOGIORNO – CORSI E RICORSI

Per chi  conserva memoria storica è impossibile non avvertire un brivido di raccapriccio di fronte alla notizia che questo agonizzante governo sta varando la BANCA DEL SUD, delegando l’operazione a POSTE ITALIANE, che è già un tutto dire. In proposito nulla di meglio che rinviare all’articolo di Tito Boeri su Repubblica del 3 dicembre.

Vengono in mente ricordi e immagini da film dell’orrore, tipo “Qualche volta ritornano”. Un governo antistatalista che non trova altro di meglio, per celebrare l’unità del paese, se non rilanciare e ripercorrere le strade di un “intervento straordinario” che nella seconda metà del secolo scorso ha disseminato il Mezzogiorno di cattedrali nel deserto, ha contribuito a far incancrenire le inclinazioni al

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BANCOPOSTA E AUTORITA’ POCO AUTOREVOLI

Sono trascorsi  quasi sette mesi dalla scadenza (31 marzo 2010) entro la quale   POSTE ITALIANE si era impegnata , a cospetto dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (brevemente nota come l’Antitrust), a rendere accessibili i codici IBAN di tutti i propri correntisti : quei codici, cioè, che consentono di effettuare – nell’intera area dell’Unione Europea – versamenti e bonifici  direttamente sui conti dei beneficiari  .

Questo permetterebbe ai cittadini di effettuare i pagamenti senza dover corrispondere a POSTE ITALIANE una tangente di 1,10 euro su ogni versamento e,  per tutti i cittadini privi di un conto BANCOPOSTA, di poter effettuare bonifici on-line direttamente dal proprio conto corrente bancario, in genere senza aggravio di costi, e comunque senza doversi sobbarcare alle file negli uffici postali. Tutto ciò era stato annunciato, con toni persino trionfalistici, alla fine del 2009 (vedi, p. es., il comunicato stampa di Poste Italiane). Peraltro l’assegno di questi impegni vincolanti era stata la condizione perché Leggi il resto dell’articolo

ORTOFRUTTA D’ITALIA – ASSENTE

Al pianterreno dei sontuosi grandi magazzini di  Harrods, a Londra, esposta a solleticare e sedurre palati e gole degli avventori,  una cornucopia di leccornie alimentari d’ogni genere e d’ogni provenienza.

Volgendo l’attenzione, seppure con qualche sforzo, dalle delizie ineluttabilmente destinate a provocare uno tsunami nei livelli del colesterolo – quello  cattivo, ovviamente – agli assai più friendly ortofrutticoli freschi, non è che mancassero stimoli a leccarsi i baffi, tutt’altro.

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Pomodori, melanzane, cipolle, carciofi, peperoni, piselli, asparagi, zucchine  – queste anche in versione mini, una novità, almeno per me; e poi agrumi, mirtilli, lamponi, fragole, albicocche, mele, pere, ciliege, uva.

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Provenienze, anche qui, le più disparate. Il Regno Unito abbastanza scarso, ovviamente; ma ben rappresentate Francia, Olanda Belgio, Spagna e, più lontane, Israele, Libano, Egitto, Marocco; e, ancora, Sud Africa, Argentina, Cile, Nuova Zelanda…

Spiccava per la sua assenza totale – dalle provenienze di  questi ingredienti essenziali di una sana dieta mediterranea –  l’Italia.

Che l’ortofrutta italiana manchi totalmente dai banchi prestigiosi di Harrods non

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