11 SETTEMBRE 2001

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Tenevo un diario , nel 2001. E ho ritrovato quel che scrivevo il 14 settembre – non penso che, a dieci anni di distanza, ne cambierei una virgola.

Sono state giornate angosciose e terribili.

Martedì 11 settembre 2001, una data dopo la quale il mondo non sarà più come prima: lo hanno detto in tanti osservatori politici, economici, sociali.

Negli Stati Uniti sono stati dirottati quattro aerei di linea da quelli che poi si sono rivelati essere terroristi suicidi musulmani. Due di essi, da Boston per Los Angeles, sono stati scagliati – a distanza di diciotto minuti uno dall’altro – contro le due torri gemelle del World Trade Center di New York. Un altro ha poi colpito il Pentagono, a Washington. Il quarto è precipitato vicino a Pittsburgh, probabilmente durante un tentativo di ribellione ai dirottatori di alcuni passeggeri.

Ho appreso la notizia casualmente, alla radio, mentre stavo andando  [a Grosseto]  in un negozio di idraulica a comprare un raccordo per il pozzo. Sulle prime non volevo credere a quello che ascoltavo. Sentivo parlare di due aerei schiantatisi contro le torri gemelle. Cercavo di capire di che diamine di film, o di racconto, del genere catastrofico, stessero parlando. C’è voluto del tempo – nel ricordo è stato come un ascolto al rallentatore, o come in quei sogni in cui vorresti correre, od anche solo camminare, e riesci con estrema fatica e lentezza a mettere i piedi uno davanti all’altro – perché riuscissi ad assimilare che si stava parlando di qualcosa di reale. Che veramente, meno di un’ora dopo il primo schianto, una delle due torri s’era accasciata su se stessa, seguita presto dall’altra, seppellendo tutti i loro abitanti che non erano ancora riusciti a mettersi in salvo e, in più, i primi soccorritori che v’erano entrati per prestare aiuto, ai piani alti, a quanti erano rimasti intrappolati dalle fiamme. Nel negozio – dove come in una sorta di sonnambulismo sono entrato lo stesso a chiedere quanto mi serviva – parlavano della possibilità di quindicimila vittime perché tante, fra chi vi lavorava e visitatori, erano di norma le persone presenti nelle due torri a quell’ora di mattino (a New York erano circa le 8.45).

Sono letteralmente sprofondato in un senso di angoscia e di lutto di cui, forse, solo molto più tardi mi sono reso conto appieno. So che in me s’agitavano contemporaneamente due motivi d’angoscia. L’angoscia per l’immane numero delle vite umane stroncate, la crudeltà enorme del dirottamento di aerei civili per missioni suicide, questo coinvolgimento violento nel proprio suicidio di individui inermi ed inconsapevoli, un dirottamento concepito sin dall’origine senza alcuna possibilità di scampo per i passeggeri. E la mutilazione vandalica dello skyline di New York, quest’opera dell’uomo che appartiene, in ogni senso, alla nostra civiltà.

Le prime, terribili immagini televisive, appena rientrato [in casa]. E da allora, per tutti questi giorni, la ripetizione ossessiva delle immagini televisive angoscianti, lo stillicidio delle notizie, delle ipotesi, delle congetture, l’emergere di tanti aspetti particolari, di dettaglio… Il senso profondo di rabbia ed anche di impotenza. Il desiderio di una qualche forma di vendetta avvelenato dalla consapevolezza della iniquità ed inutilità di questo sentimento, della vergogna per sentirsene attratti. L’insofferenza per tutti coloro e per tutti gli argomenti che in qualche forma sia pur vaga, indiretta ed incerta, nello spiegare con le sofferenze e le ingiustizie patite la dimensione dell’odio che sta dietro a simili gesti, mi sembrano in qualche modo indulgere anche ad una forma di giustificazione di ideatori ed esecutori di tanta barbarie. Ed anche i dubbi, le perplessità, lo stupore per sentirsi così faziosamente dalla parte degli Americani e dell’America – quella stessa America e quegli stessi Americani che pure per tanti versi meritano le critiche e il biasimo più severi.

Una spiegazione e giustificazione valida di questa partigianeria credo di averla trovata ieri pomeriggio, mentre assistevo alla trasmissione televisiva, da parte della rete americana CNN, della cerimonia funebre tenuta presso la cattedrale di Washington, con la partecipazione del presidente Bush e di tutto l’establishment politico, economico, culturale della capitale statunitense. Hanno parlato in tanti, con retorica alcuni ma anche e, soprattutto, con sobrietà, i ministri dei diversi culti. Diversi cristiani, anche il cattolico, anche Billy Graham – predicatore che non amo in particolare – tutti nello stesso tempio. Anche, ed uno dopo l’altro, il rabbino ebreo e una rappresentante della fede musulmana in America. Certo, a me personalmente dispiace che non vi sia posto, in queste celebrazioni, per la parola di un laico non credente: ne sento la portata discriminatoria. Ma non posso non constatare e prendere atto del fatto che tanti culti diversi, anche quello in nome del quale i terroristi affermano di agire, hanno avuto piena cittadinanza in quella cattedrale. Non posso non constatare e non considerare significativo che tanti erano gli afroamericani, lì, tra i ministri di culto; ma anche fra i militari, i politici, i rappresentanti dell’establishment. Non posso non constatare anche la differenza evidente di altre origini etniche differenti, asiatiche, ispaniche. Non posso non constatare che un vescovo di una delle chiese cristiane era una donna, nera. Lì dentro era raccolto un campione nutrito della classe dirigente di questo paese – che è certamente anche il paese del Ku Klux Kahn, della pena di morte, dei linciaggi, dei ghetti urbani – ma che è il paese in cui la convivenza tra culture, etnie, storie, origini, culti, generi diversi è stata finora realizzata in termini (termini che non sono di pura e semplice tolleranza, ma anche di rispetto, ed anche di reciproca contaminazione) che non conosce eguali, piaccia o non piaccia, sotto nessun’altra bandiera che non sia quella a stelle e strisce. Ed in termini che certamente non si sognano, né propongono alcun modo, i popoli e/o i paesi di provenienza dei terroristi suicidi, quali che siano i patimenti e le ingiustizie subite da quanti essi proclamano di voler rappresentare e vendicare. Incuranti assolutamente, nella loro barbara e stupida presunzione, di rischiare di nuocere gravemente proprio ai loro presunti rappresentati.

Come non essere decisamente partigiano, di fronte alla constatazione di questa realtà? Non c’è il regno del bene, da questa parte, e quello del male da quella, come ti vorrebbero far dire tanti commentatori (e come, altrettanto certamente e stupidamente, molti tra coloro che condividono la mia partigianeria, asseriscono). Ma da questa parte c’è il tentativo più forte, più impegnato, più costruttivo, più riuscito – pur tra mille contraddizioni, limiti, iniquità – di portare avanti un progetto di libertà, di convivenza, di sviluppo, di civiltà dell’uomo quale esso è, con tutte le sue doti e qualità e tutti i suoi difetti e le sue miserie.

Certo che si potrebbe fare meglio e di più, molto meglio e di più. Ma cresce sempre più il mio orrore, la mia diffidenza, il mio disprezzo per tutti coloro che, ritenendosi detentori delle ricette giuste, sentono di potersi arrogare senza contraddittorio possibile il diritto ad affermare che le loro ricette possono essere diffuse ed applicate non sulla base del libero consenso e della prova dei fatti, ma anche, se necessario (loro essendo gli arbitri di questa necessità), con la violenza: dalle forme più ambigue e dissimulate di violenza a quelle più barbare ed inumane (anti-umane). E soprattutto di tutti coloro che pongono come condizione base delle proprie ricette la preliminare distruzione dell’ordine esistente.

All’idiozia della presunzione che questo ordine e le regole esistenti ci abbiano fatto raggiungere il migliore dei mondi possibile, sono soltanto capaci di contrapporre l’idiozia speculare che ogni passo in direzione della distruzione di quest’ordine e della violazione di queste regole costituisca inevitabilmente un passo in direzione di un mondo migliore dell’attuale.

E ora, poi, ci sono nuove preoccupazioni che cominciano ad affacciarsi. Perché, certamente, c’è la possibilità che il giusto obiettivo di dare anche una risposta militare al terrorismo ed ai suoi sostenitori e fiancheggiatori – far intendere che il terrorismo non paga – possa essere perseguito in modi sbagliati e controproducenti. […] Ma, soprattutto, l’incertezza e le preoccupazioni per i tanti modi e stili e prospettive di vita che dovranno essere cambiati in un mondo che si ritrova a dover fronteggiare in termini del tutti inusitati e, allo stato, imprevisti ed imprevedibili, uno stato di guerra del tutto diverso dai modelli finora praticati od anche soltanto prefigurati.

GUERRA E PACE – MA QUALE PACE, E COME

Ieri sono scesi in piazza in varie città italiane movimenti, associazioni, partiti, personalità stimate e stimabili, agitando i vessilli e gli slogan del no war, del pacifismo,  e contro gli interventi militari  in Libia.

Era dai tempi del Kosovo che non si dava un’occasione altrettanto evidente per dover constatare che nobili sentimenti e propositi non si accompagnano, necessariamente, a capacità di discernimento particolarmente acute: e che, anzi, essi alle volte appaiono confliggere con il discernimento in termini tanto plateali da finire per rendere un pessimo  servizio alla causa del pacifismo,  dell’obiettivo conclamato di trasformare da utopia in progetto ciò che, un po’ approssimativamente, viene definito come “superamento della cultura della guerra” .

Se l’oltranzismo sul modello di quanti oggi si compiacciono di definirsi i sostenitori della pace senza se e senza ma, se l’intransigenza di organizzazioni e movimenti pacifisti dell’epoca avessero prevalso in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America sul finire degli anni ‘30,  è senz’altro certo  che non si sarebbero conosciuti gli orrori della Seconda Guerra Mondiale.

E’ da ritenere altrettanto certo che la svastica nazista avrebbe finito per sventolare su tutta l’Europa e i territori asiatici della Russia, forse anche sulle coste del Medio Oriente e del Nord Africa – e con una buona testa di ponte in un Sud Africa restituito ai Boeri –  magari persino approdando, direttamente o indirettamente, al continente latino-americano. Leggi il resto dell’articolo

IDENTIKIT D’AUTORE, ovvero: A VOLTE RITORNANO…

“…l’uomo, nella sua realtà, era di corta intelligenza, correlativa alla sua radicale deficienza di sensibilità morale, ignorante, di quella ignoranza sostanziale che è nel non intendere e non conoscere gli elementari rapporti della vita umana e civile, incapace di autocritica al pari che di scrupoli di coscienza, vanitosissimo, privo di ogni gusto in ogni sua parola e gesto, sempre tra il pacchiano e l’arrogante.

Ma egli, chiamato a rispondere del danno e dell’onta in cui ha gettato l’Italia, con le sue parole e la sua azione e con tutte le sue arti di sopraffazione e di corruzione, potrebbe rispondere agli italiani come quello sciagurato capopolo di Firenze, di cui ci parla Giovanni Villani, rispose ai suoi compagni d’esilio che gli rinfacciavano di averli condotti al disastro di Montaperti: – E voi perché mi avete creduto? –.

Il problema che solo è degno d’indagine e di meditazione non riguarda la personalità di lui, che è nulla, ma la storia italiana ed europea, nella quale il corso delle idee e dei sentimenti ha messo capo alla fortuna di uomini siffatti…

(B. Croce)

L’ASSEDIO DI LENINGRADO

E’ con profonda emozione che – nel leggere L’assedio, della scrittrice inglese  Helen Dunmore – ho sentito riaffiorare e precisarsi i miei vaghi  ricordi dell’ultima guerra riguardanti, specificamente, gli 880 giorni della resistenza che i Russi opposero alle armate hitleriane, sottraendo Leningrado alla distruzione totale che esse si prefiggevano.

Quell’assedio costituisce lo sfondo storico del romanzo che narra di un tratto di vita della giovane protagonista, Anna Levin – assieme al fratellino Kolja, all’anziano padre Michail, scrittore in disgrazia nel regime stalinista, all’attrice che in passato è stata l’amante di Michail, e a Andrej, il medico siberiano con il quale Anna intreccia una storia d’amore – a Leningrado, durante il periodo che va dal settembre del 1941 alla primavera avanzata del 1942.

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La partecipazione a quegli eventi dalla prospettiva tutta privata e intima di una  vicenda familiare frutto d’invenzione, vissuta nella sua drammatica quotidianità,  rende con particolare immediatezza e concretezza le sofferenze immani patite dalla popolazione di Leningrado e la sua tenace volontà di sopravvivenza.

Una narrazione nient’affatto agiografica e che, anzi, non trascura di mettere in risalto i caratteri oppressivi del regime stalinista e il clima di sospetti reciproci nei quali i cittadini sovietici erano costretti a vivere, e che pure non ne fiaccò né divise la comune volontà di opporsi all’invasione nazista.

Tra i tanti pregi di questo romanzo vi è proprio quello di riproporre in una dimensione umana e particolarmente coinvolgente quello che si iscrive tra i tanti paradossi della storia: e cioè il fatto che le democrazie occidentali europee dovettero in larghissima parte la propria salvezza al fatto che la Russia sovietica, governata dalla dittatura stalinista, impegnò una quota rilevantissima della macchina bellica nazista.

La consapevolezza del ruolo svolto in questo senso dalla Russia, replicando l’esperienza dell’era napoleonica, viene richiamato esplicitamente nel romanzo citando i versi di Pushkin:

Perché la nostra terra ha inghiottito
il leviatano che schiacciava una nazione dopo l’altra
e con il nostro sangue ha riscattato la libertà,
l’onore e la pace dell’Europa…

Di tutto questo deve tenersi presente e viva la memoria –  assieme a un profondo senso di gratitudine – soprattutto in un tempo come il nostro, in cui si indulge in atteggiamenti revisionistici semplificatori, che vorrebbero  stabilire frettolose quanto improponibili equivalenze tra regimi e contendenti schierati su fronti opposti.

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