Nelson, Antonya

Antonya Nelson è una scrittrice statunitense autrice di moltissimi racconti e di alcuni romanzi.

La rivista The New Yorker – che ha pubblicato molti dei suoi racconti – la incluse (21 giugno 1999)  in una lista di quelli che riteneva potrebbero rivelarsi, nella narrativa americana,  i più rappresentativi   Venti Scrittori per il Ventunesimo secolo, accanto ad autori come E. Canin, M. Chabon, J. Diaz, J. Eugenides, J. Franzen, A.M. Homes, D. F. Wallace.

A me sembra assai strano che non sia stata tradotta e pubblicata in Italia, considerando che parecchi autori nordamericani certamente non più interessanti della Nelson hanno riscosso l’attenzione della nostra editoria e del pubblico: ma, insomma, così è.

IN THE LAND OF MEN – STORIES (Scribner Paperback Fiction, New York – 1992)

Questa è una raccolta di quattordici racconti, la maggior parte dei quali già pubblicati in diverse riviste letterarie.

Una ragazza viene chiamata a decidere del destino dell’uomo che tempo addietro l’ha violentata e che ora i suoi tre giovani fratelli hanno catturato e rinchiuso nel bagagliaio dell’auto, la giovane assistente di un fotografo di matrimoni ha la mania di attaccare alle pareti del proprio appartamento foto di spose accigliate, damigelle piangenti, testimoni che vomitano, un ladruncolo sulla porta della camera da letto di una ricca adolescente si domanda perché non riesca a derubarla, la relazione tra due amiche d’infanzia che si sgretola per l’incomprensione supponente di duna delle due, un uomo che si confronta con la rovina del proprio matrimonio per via dei “fiumi sotterranei che continuavano a scorrere, nonostante l’apparente stabilità ed inerzia della superficie sovrastante”, una donna che respinge le avance di un’altra donna ma si tormenta sui passi da compiere per essere capace di calore umano. Questi sono alcuni dei personaggi che popolano queste storie, ambientate in parte in grandi città, in parte nella provincia del Midwest e del Sudovest.

Uomini e donne, adolescenti e adulti, che aspirano a stabilire un contatto umano, si impegnano per conseguirlo, ma spesso sono incapaci dei cambiamenti necessari, talora devono accontentarsi delle piccole rivelazioni quotidiane dell’animo umano. Sempre convincenti, questi personaggi della Nelson, siano ragazzini che litigano, adolescenti tentati dal suicidio o donne che pensino all’omicidio.

LIVING TO TELL (Scribner Paperback Fiction, New York – 2000)

Al centro della storia di questo romanzo, pubblicato nel 2000, è l’arco di tempo di circa un anno che segue il rientro del giovane  Winston Mabie nella casa paterna, dopo cinque anni di carcere scontati per aver provocato, guidando in stato di ubriachezza, la morte della nonna.  La vecchia, grande casa è a Wichita, nel Kansas, e vi convivono tre generazioni della famiglia Mabie: il padre, professore universitario di storia in pensione e con difficoltà di udito; la madre, che sta perdendo la vista; la figlia Emily, da poco divorziata, con i suoi bambini, una femmina e un maschio; e Mona, la figlia minore, che ha alle spalle un tentativo di suicidio e si relaziona solo con uomini già sposati.

L’intreccio degli eventi che si succedono – banali episodi della quotidianità e avvenimenti più seri, alcuni sicuramente tragici – e il ricordo di passaggi salienti nella vita dei diversi personaggi, le interazioni e, talora, i mutamenti nei rispettivi rapporti, ciò che si dicono e condividono o, invece, si nascondono, viene narrato al lettore attraverso un continuo avvicendamento dei punti di vista dei personaggi stessi. Questo offre all’autrice il destro per una rappresentazione assai articolata dei caratteri dei personaggi nel loro diverso reagire  ai casi della vita, alle relazioni umane, agli affetti, alle proprie ossessioni, ai segreti immaginati o svelati, alla sofferenza e alla morte. Personalità che si manifestano in parte mutevoli, in parte ostinate, con le loro contraddizioni, non prive di piccole e grandi viltà o virtù. Gli aspetti  meno accattivanti o decisamente ostici dei personaggi non vengono mascherati, eppure essi riescono a conquistarsi l’empatia del lettore. Alcune delle situazioni familiari rappresentate sono tipiche, comuni a qualsiasi famiglia: ma coloro che vi si misurano sono persone dotate di una spiccata individualità, mai ridotte a macchiette o stereotipi.

Una qualche reminiscenza di Al faro della Woolf è  inevitabile, anche per via dell’epigrafe posta dalla Nelson a premessa del romanzo. Il parallelo tuttavia si limita al tema comune, che è quello dei  rapporti familiari. Nel romanzo della Nelson la tematica del femminile e del maschile non assume un ruolo così evidente e centrale come nel romanzo della Woolf mentre, dal punto di vista stilistico, alla Nelson è estraneo il ricorso assai ampio al monologo interiore e al flusso di coscienza, e assai più frequente ed esteso l’utilizzo del dialogo.

Il linguaggio della Nelson è assai ricco, variato, non privo di creatività lessicale. I registri della narrazione variano in modi appropriati ai diversi personaggi. Non manca mai di cogliere il lato umoristico o francamente comico di situazioni e avvenimenti, anche di quelli più drammatici, senza però alcuna venatura di cinismo. Né la narrazione scivola mai nel melodrammatico, pur quando ne sussisterebbero tutte le condizioni. E anche qui appartengono alla narrazione della Nelson momenti di intensa commozione e di effettivo lirismo.

Qualche riserva può avanzarsi proprio sull’aspetto più interessante della tecnica adottata, attraverso l’avvicendamento dei punti di vista dei personaggi, che in qualche caso rallenta la narrazione e che talora sembra costringere le interazioni familiari in una serie di rapporti bilaterali. Probabilmente tutto questo è da ricondursi a quella che la Nelson stessa ha indicato come la propria predilezione per la forma “racconto” – campo in cui è stata ed è scrittrice notevolmente prolifica – rispetto alla forma “romanzo”. In qualche misura Living to Tell potrebbe considerarsi come un romanzo risultante dalla sovrapposizione e, in parte, fusione dei racconti dei personaggi principali (con esclusione, forse, del giovane Winston, che viene definito pressoché esclusivamente dai racconti relativi agli altri personaggi).

Ciò che conta, tuttavia, è che il lettore viene progressivamente e sempre più intimamente coinvolto nelle vicende e nelle dinamiche delle tre generazioni di questa famiglia, conciliandone una visione più oggettiva e articolata  di quella dei personaggi singolarmente presi con una comprensione più approfondita che si traduce in una più intensa partecipazione emotiva.

FEMALE TROUBLE – STORIES (Scribner, New York – 2002)

Questa è una raccolta di tredici racconti scritti tra il 1998 e il 2001 e pubblicati, talora in forma un po’ diversa e sotto un titolo diverso, in periodici o antologie.

Al centro dei racconti sono, secondo quanto indicato dal titolo,  problemi, traversie, travagli femminili: attinenti a relazioni d’amore, coniugali e non, affetti familiari, fedeltà e tradimenti, solitudine, dipendenza, malattia mentale, sterilità, lutti e morte.

Nell’ultimo racconto della raccolta -quello che le dà il titolo – questi travagli sono visti e  affrontati dal punto di vista del protagonista: un uomo animato dalle migliori intenzioni ma emotivamente limitato, che cerca di districarsi tra  le tre donne della sua vita: la sua attuale compagna, la donna da lui lasciata l’anno prima – che lo rintraccia e si installa a casa sua e della compagna, stabilendo un rapporto amichevole con quest’ultima – e una paziente dell’ospedale psichiatrico in cui lavora con cui lui instaura una relazione; alla fine il protagonista troverà l’unica via d’uscita partendo per destinazione ignota, abbandonando le tre donne.

Nel racconto Incognito una donna divorziata si trova a dover confrontare il periodo turbolento della propria adolescenza quando rientra nella città d’origine assieme alla propria figlia adolescente; in Stitches un’inquietante telefonata notturna costringe una madre a confrontarsi con la sessualità della propria figlia adolescente e con il proprio passato di adultera; in Palisades una donna, durante la sua vacanza, diviene la confidente di marito e moglie, separatamente; in Loose Cannon dei fratelli, pur incapaci a provvedere a se stessi, devono occuparsi delle sorelle e dei loro conflitti; in Goodfellows una diciottenne sperimenta durante un’estate  la nascita e la crescita di rapporti quasi familiari tra gli addetti a una pizzeria; in The United Front una donna coinvolge il marito nella propria decisione di rapire un bambino.

Insomma, tutte queste storie – ambientate per lo più nel Midwest e nel Sudovest degli Stati Uniti – mettono in essere una serie di scenari assai diversificati, in cui spesso si mescolano variamente situazioni assolutamente comuni, al limite della banalità e situazioni caratterizzate viceversa da condizioni estreme. Assai diversi sono i tipi di personaggi che si trovano ad affrontare circostanze e casi della vita in larga parte analoghi, e questo offre alla Nelson un ampio campo per l’analisi e  la rappresentazione dei rapporti tra persone e vicende e delle relazioni interpersonali, segnati dalla diversità dei caratteri, delle debolezze, degli errori, delle stranezze dei singoli personaggi.

Personaggi che possono certamente essere i più distanti da noi, così come certamente distante ne è l’ambientazione delle storie. Eppure, attraverso la sua comprensione, il suo umorismo, la sua scrittura, la Nelson riesce a restituirci le affinità che in ultima analisi ci legano alle sue protagoniste o anche a taluni dei suoi personaggi minori, che poi sono le affinità determinate dalla tortuosità e imprevedibilità dei percorsi che ciascuno di noi, impegnato a districarsi nello svolgimento della vita, finisce per tracciare in termini variamente collegati a, o contrastanti con, i nostri desideri e le nostre volontà.

(14/10/2009)

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