Manzini, Gaia – Nudo di famiglia

A me sembra che l’entusiastica accoglienza unanimemente tributata a Nudo di famiglia, di Gaia Manzini (editore Fandango) sia l’ennesima riprova della conformistica sciatteria che caratterizza le recensioni della stampa nostrana, quella generalista ma anche quella specialistica.

Che i quindici racconti della Manzini trattino di sofferenze familiari – o talora, più limitatamente, di coppia – non c’è dubbio. Ma è bizzarramente assurdo sostenere che si tratti di storie esemplari capaci di comporsi in un grande affresco sulla famiglia contemporanea, mettendone a nudo tutte le caratteristiche più intime, come si afferma nel soffietto di copertina recepito acriticamente dai recensori. Salva qualche eccezione, i racconti si incentrano su emozioni, sentimenti, memorie, reazioni – non di rado decisamente patologici – quali si sviluppano in situazioni familiari che, stando al testo, rappresentano casi limite, se non addirittura clinici. Per stare alla metafora cara all’autrice e all’editore, la narrazione, piuttosto che svelare, denudare realtà segrete sottostanti ad un’apparente normalità familiare, è tutta e soltanto focalizzata sulle manifestazioni delle criticità. Ne deriva un impatto, sul lettore, che ha molto più a che fare con il sentirsi scioccato, come di fronte a rappresentazioni che non di rado sembrano sconfinare nel voyeurismo e nell’esibizionismo delle nudità, piuttosto che con il sentirsi coinvolto da sviluppi drammatici.

A questo effetto contribuiscono decisamente i modi della narrazione.

Da un lato colpisce l’assoluta omogeneità nei registri del narrare che si riscontra in tutti i racconti, a prescindere dal fatto che la voce narrante appartenga a uomini, donne, anziani, giovani, protagonisti, testimoni. Dall’altro lato c’è una ridondanza di espedienti espressivi volti a creare un’atmosfera drammatica che richiama un po’ certi thriller od horror in cui la colonna sonora s’affanna a creare quella suspense che il film manca di suscitare.

Troppo spesso passaggi come quelli da narratore esterno onnisciente, a prima persona, a falsa terza persona, le discrasie tra tempo della storia e tempo della narrazione, i salti nel tempo o tra i luoghi delle vicende, tra memoria e presente, anziché funzionali a imprimere un ritmo significativo alla narrazione, risultano semplicemente confusi.

Ma sono soprattutto la ricorrenza di tic lessicali (corpi o movimenti fratti, urla e grida di plastica, intensità di toni di voce o leggerezza di personaggi definite abissali) e la sovrabbondanza di metafore e similitudini improbabili e iperboliche (salire le scale premendo sui tacchi per schiacciare i pensieri sotto le suole; pensieri che rimbalzano dietro l’iride; frasi vere come il formaggio che sa di muffa; grida che sono lampi di luce e allo stesso tempo di plastica, silenziose e insistenti; la bocca della mamma che sorride come una diga che si apre; la cerniera di una gonna, spostatasi sul davanti, come una cicatrice che parte dall’ombelico; lacrime che gocciolano dai buchi di una faccia che è come un grotta di Postumia grondante e piena d’anfratti; una voce concitata come un vaso di cristallo che si sfascia in mille pezzi) che finiscono per distrarre irrimediabilmente il lettore da ogni partecipazione empatica.

Alla fine sorge spontaneo l’interrogativo se ci siano, o cosa ci stiano a fare, degli editor in una casa editrice. Specie quando fin dalle prime righe del primo racconto di una nuova collana editoriale, si accetta che Ada sia un monosillabo: anzi, un monosillabo veloce.

(4/09/2009)

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One Response to Manzini, Gaia – Nudo di famiglia

  1. ada Zucker says:

    sono perfettamente d’accordo con lei e su tutto! Grazie.

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