ROMA CIALTRONA…

Una sera di una delle giornate più torride di questa estate decidi di andare a cercare un po’ di refrigerio al Gianicolo – è parecchio tempo che non lo vedi.

Non ti è difficile parcheggiare la macchina regolarmente, in uno spazio lungo il marciapiede. Ma diverse auto sono parcheggiate alla rinfusa, fin sotto la statua di Garibaldi: automobilisti che non se la sentono di fare poche decine di metri a piedi.

Sulla sinistra, nel bel mezzo di una delle aiuole a prato, è in funzione una giostra schiamazzante di bambini e relativi genitori.

Quando arrivi sulla piazza, trovi ad accoglierti due chioschetti malandati, che certamente oramai nulla hanno più di caratteristico, imbottiti come sono di fast food e bevande prodotti in serie e reperibili in qualsiasi bar. Ad essi si è aggiunta una megastruttura cui è stato consentito – certamente al riparo della sua fin troppo evidente temporaneità – di realizzare una combinazione unica di brutture e pretenziosità, con divani, divanetti, tavolini e lampioncini. Il nome, su un lato esterno delle pareti, è all’altezza dell’opera: “The Panorama” .

Non fosse sufficiente l’inquinamento visuale, da questo megabar si spande per il Gianicolo, con volume a palla, una dozzinale e sgangherata disco-music, cui fanno eco, a poche decine di metri di distanza, i ritmi altrettanto dozzinali trasmessi, sempre a tutto volume, da uno dei chioschetti. Se vuoi goderti la vista notturna devi sottometterti a questo frastuono incrociato, a tratti corroborato dal passaggio di qualche auto con ciurme di coatti, anch’essi impegnati ad assordare il prossimo con le percussioni dei loro hi-fi al massimo della potenza: la magia del silenzio notturno, garbatamente rotto solo dal frinire di cicale tardive o di grilli, lo puoi soltanto fantasticare. Leggi il resto dell’articolo

PARCO SCOTT – BENE PUBBLICO DA RISCATTARE O LASCIAR DEPERIRE?

Ammetto di non conoscere i motivi precisi per cui qualcuno ha ritenuto giustificato imbrattare la pubblica via, immagino in un impeto di difesa –  quantunque approssimativo sul piano lessicale  – di Parco Scott, a Roma, dall’assalto della speculazione.

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Ma proprio a partire dalla reiterata vista di quella scritta  mi sono lasciato andare a fantasticare come potrebbe diventare, Parco Scott.

Ho  immaginato un Parco Scott  curato appropriatamente e regolarmente,  soggetto alle potature ed all’abbattimento di piante o rami pericolanti, alla prevenzione ed eliminazione delle infestanti, al taglio periodico dell’erba, tutto secondo i tempi e le esigenze della botanica e delle stagioni, anziché subordinatamente a tempi e disponibilità, variabili quanto incerte,  del “Servizio Giardini” municipale.

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Ho pensato un Parco Scott dove sia possibile camminare, o correre, o andare in bicicletta, senza dover procedere a slalom per evitare di calpestare escrementi di amici dell’uomo o, talvolta, persino dell’uomo; senza doversi imbattere continuamente in bottiglie di vetro e plastica, lattine, cartacce, indumenti sudici, mozziconi di sigarette, profilattici usati, e altre varietà di rifiuti; e senza dover temere l’improvviso sopraggiungere di ciclisti spericolati in vena di prodezze, che ti sfiorano come sbucando dal nulla; forse persino più pericolosi, ma certo non meno molesti, dei dritti che, in motorino (talora addirittura in motocicletta) si compiacciono di usare il Parco come scorciatoia tra le zone ad esso adiacenti.

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Mi sono persino figurato un Parco Scott dove le aree riservate all’infanzia siano ben tenute e libere dai rischi, senza essere inattesamente  spogliate delle loro recinzioni;  dove una sorveglianza continuativa impedisca che vengano deturpate e rese inutili le mappe, o che le panchine siano soggette ad essere danneggiate e divelte, o che sorgano sporadici accampamenti di barboni – da scoraggiare con metodi civili, ovviamente, e non affidandosi all’iniziativa di qualche teppista. Dove a tutti i  cani e relativi possessori, purché ben educati, sia consentito di scorrazzare nel recinto a ciò riservato, senza temere incursioni di animali palesemente aggressivi e poco affidabili, senza debordare fuori del recinto dimenticando le regole destinate ad evitare di incutere paura, o rappresentare un pericolo, specie – ma non solo – per i ragazzini; e dove vadano scomparendo i furbetti tanto solerti nell’esibire la disponibilità dei sacchetti per le deiezioni quanto   sfrontati nel guardarsi bene dall’usarli all’occorrenza.

Un Parco Scott dove le fontanelle non lascino scorrere giorno e notte l’acqua inutilmente, né vengano temporaneamente sequestrate da privati per i propri bisogni, e dove la stessa acqua venga utilizzata per le necessità di irrigazione più pressanti. Un Parco Scott le cui aree e strade di accesso non vengano usate per la rottamazione di veicoli in disuso oppure, la notte, come parcheggi–bordello di cui permangano durevoli ed evidenti tracce per i giorni a seguire. 

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Insomma, mi sono lasciato andare a figurarmi un Parco Scott come uno dei tantissimi parchi che si trovano nelle città del Nord-Europa, un parco salvato dall’incuria e dal degrado progressivi, di cui valorizzare al massimo le notevoli, inutilizzate potenzialità; un’area pacificamente e variamente fruibile e godibile, al riparo d’ogni forma di pericolo o molestia,  anche nelle splendide notti di mezza stagione e in tutta tranquillità persino, perché no, da parte di utenti di sesso femminile…

La questione, naturalmente, è come far diventare i sogni realtà, individuando strumenti e metodi cui affidarsi che non risultino del tutto fantasiosi o, comunque impraticabili più o meno quanto l’idea, per dire, di trasferire Parco Scott in Svizzera.

A me non riesce di concepire altra via, realisticamente ed efficacemente percorribile, pur se con notevoli difficoltà, se non quella  di un affidamento della gestione di Parco Scott ad una impresa privata.

Un affidamento congegnato in termini assai più precisi e cogenti di quelli abituali per quanto riguarda la definizione di obiettivi, modalità, tempi di un piano di risanamento, prima, e di regolare manutenzione poi, e per quanto concerne la  determinazione di doveri e corrispettivi reciproci di affidante e affidatario. Leggi il resto dell’articolo

L’UPTER: PERCHE’ NASCONDERE, E COSA?

Nel pieno di questa canicola che imperversa con il succedersi di Scipione, Caronte e Minosse  si è verificato qualcosa di singolare e curioso sul sito che l’UPTER, Università Popolare di Roma, espone su Facebook.

Tutto è partito da uno  dei post (auto)celebrativi del 25° anniversario della fondazione dell’Upter  con cui,  da qualche tempo,  la Redazione sta infiorettando il sito. Nel caso specifico, un post dai toni alquanto enfatici che, muovendo da un accorato riconoscimento del ruolo degli operatori dell’organismo, assume poi i caratteri di una  excusatio non petita piuttosto chiara, concludendo poi su toni di accuse vaghi quanto oscuri. Ognuno può giudicare dal testo che riproduco qui di seguito (anche per essere sicuro di conservarne traccia).

UPTER post iniziale

Al post ha fatto seguito una serie di commenti dai quali si evidenziava chiaramente che – in stridente contrasto con il riconoscimento tributato a “volontari e volenterosi” – l’Upter avrebbe mancato di corrispondere (quanto meno tempestivamente, ma talora del tutto) retribuzioni e connessi contributi sociali ai docenti che, comunque la si voglia mettere, costituiscono il nocciolo duro del  servizio reso  dall’Upter alla cittadinanza.

Oltre alla questione della retribuzione dei docenti, si faceva riferimento a disagi e oneri per gli allievi dei corsi Upter provocati dalla mancata corresponsione dei canoni di locazione dovuti ad una delle sedi, oppure da clausole indebitamente onerose per la sottoscrizione dei servizi di “visite guidate”.

Insomma, una discussione che sembrava portare alla luce talune fondamentali questioni sottintese ai sibillini accenni a non meglio precisate difficoltà del post sopra riprodotto.

Per chi ne voglia sapere più in dettaglio attingendo alla fonte, purtroppo, l’impresa è divenuta impossibile. Contrariamente a quello che – tanto erroneamente quanto candidamente – avevo dato per scontato, e cioè che la discussione non potesse essere cancellata, non fosse altro che per non imitare comportamenti riguardo al web simili a quelli delle Repubblica Popolare Cinese, questo è esattamente quello che si è verificato.

L’Università Popolare di Roma, cioè, ha scelto di oscurare la discussione, di eliminarla dal sito:  anziché approfondire, chiarire, fornire spiegazioni, ha scelto di nascondere il tutto.

Il perché lo giustifica il 5 luglio – in risposta alle proteste Leggi il resto dell’articolo

Fabrizio Corona “convoca” Comandante Carabinieri

Non seguo regolarmente i programmi delle “Iene”, perché non li amo gran che. Fanno certamente un buon lavoro nel denunciare truffe, soprusi, malaffare e altro. Non ne gradisco però i modi. Una volta che hai dichiarato e dimostrato il tuo punto, non c’è motivo di assillare, anche fisicamente, con telecamere, microfono, rincorse, i responsabili, le cui risposte assurde o la cui reticenza sono già ammissioni più che eloquenti. Talvolta lo scontro fisico sembra addirittura ricercato, provocato. Non mi piacciono gli atteggiamenti da bulli, nemmeno da parte di chi ha ragione (o forse, meglio: meno che mai da parte di chi è nel giusto).

Ma il servizio cui ho casualmente assistito ieri sera è stato davvero allucinante.

Le “Iene” alle prese con l’ennesima impresa del ben noto Fabrizio Corona (un’auto a noleggio trattenuta ben oltre i tempi pattuiti, una lista di multe per il passaggio con il rosso, eccesso di velocità, divieti di sosta collezionati in una serie di località del nord) con scena finale in un ristorante, dal quale il Corona, a sostegno delle sue pretese buone ragioni, convoca (non si può definire altrimenti il fatto) un Comandante dei Carabinieri di Via Moscova, a Milano, esortandolo a presentarsi in divisa entro dieci minuti. Sembrava una assurda millanteria, consona al personaggio. Ma, stando al servizio, questo  Comandante si è effettivamente presentato ( anche se non si può dire se entro la scadenza perentoria dei 10 minuti), in divisa. Ha pure obiettato all’essere ripreso dalle telecamere. Leggi il resto dell’articolo

CODICI “IBAN” IN BELLA MOSTRA !

Sembra che –  finalmente! –  la possibilità di effettuare i pagamenti dovuti a enti pubblici tramite bonifici online, senza aggravio di costi, si trasformi in un’opzione reale per i cittadini italiani.

Si deve ringraziare, per questo, l’operato del governo Monti e, in particolare, del Ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione, Patroni Griffi.

Della mancata pubblicizzazione del codice IBAN da parte di amministrazioni ed enti a partecipazione pubblica ho scritto altre volte su questo blog.

Ultimamente – pur se con qualche scetticismo, considerato il nulla di fatto seguito alle segnalazioni personalmente inviate a diverse autorità –  mi sono risolto a investire dell’annosa questione, sempre privatamente,  il  sito governativo

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(come penso abbiano fatto anche altri). In ogni caso, il 6 aprile ho trovato nella mia mail  la seguente comunicazione, a firma del Direttore dell’Ufficio per la Semplificazione Amministrativa, Silvia Paparo:

Gentile signore,

siamo lieti di informarla che la sua proposta relativa ai pagamenti alle pubbliche amministrazioni tramite bonifico on line, inviata a “Burocrazia: diamoci un taglio!”, molto apprezzata dal Ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione Filippo Patroni Griffi, è stata inserita all’art. 6 ter del decreto legge 9 febbraio 2012, n.5, approvato definitivamente il 4 aprile 2012 dalla Camera dei Deputati.

Il decreto modifica il Codice dell’amministrazione digitale e prevede che tutte le pubbliche amministrazioni sono tenute a pubblicare, entro novanta giorni, sui propri siti istituzionali e sulle richieste di pagamento, i codici identificativi dell’utenza bancaria sulla quale i privati possono effettuare i pagamenti mediante bonifico. Le amministrazioni, allo stesso tempo, devono specificare i dati e i codici da indicare obbligatoriamente nella causale di versamento per consentirne l’esatta identificazione.

Come mancare, oltretutto, di segnalare ed apprezzare il fatto, così decisamente inusuale, che alla segnalazione di un privato cittadino una pubblica amministrazione faccia seguire un riscontro personalizzato, con informazioni concrete e pertinenti, formulato in termini alieni da ogni burocratese, a firma di un responsabile chiaramente identificato: sembra quasi di vivere in un nuovo paese!

Per una strana coincidenza, sempre il 6 aprile ho trovato nella mia mail  la notifica formale, da parte  dell’Agenzia delle Entrate SAT (Sportello abbonamenti alla televisione) di Torino, che l’abbonamento alla tv a me intestato risulta in regola con il pagamento del canone per il 2012.

A differenza di altri che temevano che il pagamento non gli fosse riconosciuto, nel gennaio scorso avevo infatti provveduto a pagare il canone mediante bonifico, dopo essere riuscito a procurarmi su Internet il codice IBAN (come di consueto occultato nel bollettino di versamento postale e ripetutamente, quanto inutilmente, da me direttamente  richiesto all’ufficio di Torino) :

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Insomma, pagare senza doversi assoggettare alle file presso gli uffici postali, o senza dover ricorrere ai tabaccai, uffici Sisal e lotto, e vari sportelli intermediari, a prezzo di una sovrattassa, è non soltanto legittimo ma possibile.

Mi auguro soltanto che le varie associazioni dei consumatori che, evidentemente, non avevano svolto una azione efficace e visibile su questo tema – ad alcune di esse mi ero rivolto, ricevendone però indicazioni tiepide quanto vaghe – si adoperino, quanto meno, per divulgare presso i propri associati e i consumatori tutti la consapevolezza del fatto che entro pochi mesi gli enti pubblici  dovranno smettere di occultare il  codice IBAN del conto sul quale percepiscono i pagamenti. 

  

Sburocratizzare l’Italia: priorità massima

Torno ora dalla visita per il rinnovo della patente. Sono stato avvertito che circolerò per un lungo periodo con la vecchia patente e con il certificato medico rilasciatomi. Perché? Perché alla Motorizzazione Civile “è tutto bloccato”.

Esattamente lo stesso avvertimento che mi è stato dato in occasione della precedente revisione, 3 anni fa.

In ogni caso è incomprensibile perché tra ricezione della certificazione, acquisizione nei registri della Motorizzazione Civile, emissione del bollino di rinnovo e sua spedizione all’interessato debbano trascorrere più di quanto: una settimana? dieci giorni? Ma la famosa informatizzazione della pubblica amministrazione chi l’ha fatta, come, a che diamine serve?

Intanto sui giornali leggo che in una situazione come quella della scuola italiana sarebbero oltre 40.000 i docenti adibiti a compiti diversi dall’insegnamento!

I sindacati – la CISL, in particolare – contesta la cifra come irreale. Ma nel farlo tira fuori altre cifre senza sembrare rendersi minimamente conto della situazione surreale che ne viene fuori: ma perché, sarebbero pochi 5000 docenti inidonei all’insegnamento per ragioni di salute, 500 docenti “comandati” presso il ministero e annessi, altri 5oo presso segreterie e gabinetti di ministri e sottosegretari, 200 presso non meglio identificate associazioni, e non si sa bene (non lo sa il sindacato!!) se 500 o 1000 destinati a “distacchi sindacali”?!

Ma in un paese in cui il degrado della situazione scolastica è evidenziato da tutti gli indici immaginabili, sarebbe troppo pretendere che del corpo docente facciano parte solo insegnanti in grado di insegnare e che tutto il corpo docente sia dedicato unicamente all’insegnamento e compiti ad esso immediatamente connessi?

Italia paese ingessato? Certamente, ma finché non si realizzerà una sburocratizzazione rivoluzionaria sarà difficile rompere il gesso, e  semplificazioni e liberalizzazioni saranno sempre troppo limitate, in tutti i settori.

SCIOPERO DEI TRASPORTI URBANI – QUALE E QUANTO SENSO?

Ancora una volta si abbatte sulla città lo sciopero generale di 4 ore del trasporto pubblico.

Occorre riconoscere (avere il coraggio di riconoscere?) che questi scioperi, oramai, vengono accolti e vissuti non molto diversamente dai probabili rovesci annunciati dalle previsioni meteo: ci si arrangia per sopportare alla meno peggio ineluttabili eventi naturali.

Forse sarebbe ora di chiedersi se e quanto senso abbiano certe forme di lotta dei cui obiettivi, peraltro, non si fornisce alla cittadinanza più che qualche informazione generica e vaga – soprattutto in una congiuntura in cui la perdita e la irreperibilità del lavoro rappresentano la fonte sempre maggiore del disagio e delle preoccupazioni sociali.

Gli scioperi del trasporto urbano, per loro natura, colpiscono in termini  particolarmente immediati e diretti l’utenza e, soprattutto, quell’utenza che nel trasporto pubblico ha la propria unica risorsa di mobilità cittadina.   Per di più, a Roma e nella maggior parte delle città italiane,  dove il trasporto urbano è gestito da società pubbliche, finiscono per colpire una seconda volta la cittadinanza in quanto composta da contribuenti, sui quali si riversa inevitabilmente il danno economico che l’astensione dal lavoro vorrebbe infliggere al datore di lavoro – risparmiando in tutto o in parte soltanto evasori parziali e totali. Sotto questo profilo, quindi, si tratta di forme di lotta che, volere o nolere, non appaiono evocare le categorie dell’equo e solidale.

Sarebbe quindi importante riuscire a sapere: ma questi scioperi servono almeno, e quanto, a favorire ed accelerare la soluzione dei conflitti che ne sono all’origine?

L’impressione è che alla fin fine essi rispondano soltanto a un mero, ripetitivo rituale di esibizione muscolare da produrre al tavolo delle trattative.

Forse sarebbe davvero tempo per qualche ripensamento e qualche maggiore attenzione ai bisogni basilari della cittadinanza, da parte dei sindacati, confederali e non. Forse sarebbe davvero il tempo, anche in questo campo, per produrre qualche innovazione, nei metodi e nei contenuti.

Per non dare l’impressione, insomma, che per obiettivi non particolarmente meritevoli di essere dettagliatamente enunciati (in quanto, forse, non così ampiamente apprezzabili e condivisibili come si dà per scontato che siano) in realtà, più che in forme di lotta, questi scioperi si risolvano principalmente nella presa in ostaggio di un’utenza largamente indifesa da parte di categorie arroccate su posizioni di forza privilegiate.

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