Auslander, Shalom

Il lamento del prepuzio di Shalom Auslander non è un romanzo bensì, più propriamente, un memoir: mentre nell’originale questo è chiaramente indicato, nella versione italiana edita da Guanda viene omesso dall’editore anche là dove si riporta il titolo originale in inglese. Tuttavia vi è mantenuta la nota relativa ai cambiamenti di nomi e di descrizione di luoghi e persone, rispetto al reale, che ovviamente non avrebbero senso per un romanzo. Insomma, non si capisce se ci si trova di fronte a un maldestro tentativo di giocare sull’equivoco o a pura e semplice sciatteria.

Il tema dei complessi e minacciosi rapporti con la divinità biblica è stato già utilizzato da Auslander come sfondo comune a una serie di racconti pubblicati nel 2005 sotto il titolo eloquente Beware of God (che non mi risulta siano stati sinora tradotti in italiano).

Il lamento del prepuzio mette al centro di questa storia autobiografica il rapporto dell’autore con la divinità e la pratica confessionale. Vi si narra del percorso attraverso il quale l’autore e protagonista, dopo averli subiti di malavoglia, cerca di affrancarsi dalla invadenza di un Dio capriccioso, irascibile, vessatore e dai condizionamenti di riti, precetti, tradizioni inculcategli sin dall’infanzia in una famiglia ebrea di stretta osservanza ortodossa. Al problema del rapporto di Shalom con l’onnipotente si affianca, parallelamente, quello del rapporto con il proprio padre in carne e ossa, uomo violento, spesso preda dell’alcool, ma rigido custode delle consuetudini di fede.

La narrazione è improntata alla più totale irriverenza, e induce tutte le articolazioni del riso, ricorrendo all’ironia, talora anche assai sottile, alla comicità beffarda, alla satira più sferzante, fino all’amarezza del sarcasmo. Essendo peraltro sempre presente un vena di autoironia capace di prevenire qualsiasi caduta nel melodrammatico o nell’arroganza.

Una lettura che – all’infuori, forse, di qualche intermittente lungaggine – scorre via piacevole e gustosa soprattutto per quei lettori che, come è nel mio caso, pur mancando della dimestichezza con l’ortodossia ebraica che farebbe cogliere appieno il senso del memoir di Auslander, abbiano sufficienti reminiscenze sull’insegnamento religioso ricevuto nell’infanzia, o colto nella lettura di una qualche Bibbia, a riguardo di un Dio i cui tratti di una asserita amorevolezza paterna apparivano perennemente contraddetti e oscurati da comportamenti e vicende che ne proiettavano una figura tremenda,  esaltandone il carattere arcigno, permaloso, crudele e vendicativo nel perseguimento smodato dei suoi criteri di giustizia.

Non si è però in presenza del blasfemo per amore del blasfemo: al contrario, viceveversa, non mancano affatto le occasioni nelle quali – attraverso la propria interpretazione indipendente, laica – Auslander  mostra rispetto e amore per la tradizione ebraica, ricavandone positivi insegnamenti di vita. Insegnamenti e riflessioni la cui valenza può prescindere dall’appartenenza a una confessione, come quando osserva:

  • …mi chiesi se questo partire, questa ricerca di qualcosa di nuovo, questa disillusione rispetto alle scelte disponibili non sia, per alcuni di noi, la condizione incomprensibile ed essenziale delle nostre vite. [pp. 252-253]

Nei risvolti di copertina e in diverse recensioni non mancano i riferimenti a Philip Roth, ovviamente evocato dal riferimento allusivamente ironico del titolo a Il lamento di Portnoy . All’infuori che per questa citazione ritengo del tutto fuorviante assimilare in qualsiasi modo la scrittura di Auslander a quella di Roth. Tutto si esaurisce nel fatto che entrambi ebrei sono entrambi ebrei laici. Cercare di istituire paragoni impropri finirebbe, oltretutto,  per rendere un pessimo servizio ad  Auslander (del quale, a onore del vero, non riesco a scorgere pretese parentele con Groucho Marx).

Certo non ci si può non chiedere, alla fine della lettura di questo libro, se mai sarebbe possibile che una storia del genere fosse scritta, e in questi termini, da un islamico, o da un cattolico:  e, qualora lo fosse, se non susciterebbe un clamoroso vespaio di reazioni,  scandali,  reprimende e censure a non finire.

Giustissimo sostenere che a tutte le convinzioni religiose si debba rispetto: ma come non esimersi dall’osservare che, sul piano dei comportamenti degli adepti,  non possono essere considerate tutte alla pari  se non offendendo verità ed evidenza.

(18/05/2009)

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