IL VOTO DEL 25 MAGGIO: A PROPOSITO E A SPROPOSITO – (BENTORNATA, SPERANZA!)

Ho letto ed ascoltato diverse analisi, interpretazioni, valutazioni del voto alle europee che ha marcato una netta vittoria del PD guidato da Renzi, superiore alle aspettative più favorevoli, e una sconfitta del movimento di Grillo,  anch’essa di dimensioni impreviste.

Anche scartando quelle più palesemente travagliate da un incontenibile livore nei confronti di Renzi e del Partito Democratico, a me sembra che prevalgano quelle bizzarre, spesso enunciate da personaggi in cerca perenne di originalità (tipo Freccero, per intendersi); per non parlare di quelle che s’accomodano su equivalenze schematiche quanto risibili del tipo Renzi=neo Berlusconi e PD= neo DC; o di quelle che ritengono inevitabile, una volta scomparse le ideologie prevalenti nel tempo che fu, la caratterizzazione assolutamente emotiva ed irrazionale, se non addirittura corrotta,  del voto (tesi espressa, sorprendentemente, da Amalia Signorelli, antropologa culturale a Ballarò).mappa20132014-630x414

 Convincenti, insomma, non ne ho viste parecchie.

Tra queste mi piace citare quella di Bracconi sul suo blog su Repubblica. Una interpretazione che fa giustizia delle tesi al ribasso o complottarde che atttribuiscono tutti i cambiamenti di opinioni, valutazioni, adesioni di opinionisti ed  elettorato, unicamente ed inevitabilmente ad opportunismo interessato e/o a vocazione conformista.

Il pregio dell’analisi di Bracconi mi sembra quello di avere i piedi ben per terra e il cervello in uso appropriato.

Finalmente siamo di fronte alla constatazione del fatto – tanto banale quanto trascurato – che l’elettorato di un partito e di un leader politico possa essere un elettorato composito, Acccanto a coloro che si riconoscono al 100% in  un partito e nella sua dirigenza pro-tempore, vi sono coloro che mantengono una fiducia di fondo nell’uno e/o nell’altra anche se da posizioni diversamente critiche, e infine coloro  che, in assenza di qualsiasi vincolo di appartenenza, convengono sul fatto che la proposta e le prospettive da esso offerte siano le migliori in campo, nella situazione e nel momento dati, od almeno quelle in grado di scongiurarne di assai peggiori. Elettori, cioè, che scelgono di non incaponirsi in un voto identitario dagli effetti pratici inconcludenti, o controproducente persino sotto il profilo delle cosiddette scelte di campo, né, tanto meno, di arroccarsi nell’indifferenza, nella protesta o nello sdegno di un astensionismo inevitabilmente sterile.

Così è, e dovrebbe essere, in una democrazia normalmente funzionante, in cui c’è e dovrebbe esserci spazio, con  riguardo a partiti e movimenti in lizza,  per i militanti a tempo pieno, quelli occasionali o a tempo ridotto, e quelli che militanti non sono e non intendono essere. Con la piena libertà per tutti di trasmigrare da una categoria all’altra in base a scelte individuali che non possono essere considerate, pregiudizialmente, dettate da interessi e motivazioni abietti o da ottundimento della ragione.

Anche sulla base di queste considerazioni mi viene da ripetere, come nel momento in cui si è saputo del risultato di queste elezioni: bentornata, speranza!

MEMORIA SCARSA, PRETESE TANTE, VISTA CORTA – CRISI E RIFIUTO DELLA REALTA’

I risultati delle recenti elezioni amministrativi non bastano certamente – ed è in ogni caso auspicabile che non siano considerati bastevoli – a trarre grande conforto rispetto a delusione, avvilimento e irritazione provocate dai risultati delle elezioni politiche del 25 febbraio scorso.

Che il Partito Democratico e i suoi massimi dirigenti non abbiano dato buona prova di sé,  sprofondando sino al nadir segnato dalle vicende della elezione del Presidente della Repubblica, rimane una realtà innegabile. Al di là delle molteplici e contrastanti tesi ed interpretazioni complottarde, inciuciarde – e, a mio parere, soprattutto  pasticciate – dell’accaduto, mi sembra che sia stato scarsamente evidenziato il caratterizzarsi di quanto verificatosi come il vero e proprio scoppio di una bolla: risultante, in questo caso, da un intreccio perverso di avventatezza, sicumera, pavidità e desolante carenza di leadership politica.

Tutto ciò detto e riconosciuto, però non mi sembra davvero che le   interpretazioni e le reazioni largamente prevalenti espresse da commentatori ed opinionisti, di grido o meno, così come da esponenti più o meno autorevoli – e talvolta sorprendentemente inclini all’autoritarismo – della società civile, per terminare  con talune esternazioni ribellistiche di militanti noti e meno noti e di diverse strutture di base dello stesso PD, abbiano dato prova di particolare perspicacia e raziocinio. E trovo un supporto, in questo giudizio, proprio nella sorpresa che viene oggi manifestata dagli stessi soggetti rispetto ai risultati delle amministrative.

Tanto per esemplificare, a me è sembrata emblematicamente grottesca la caccia  ai 101 traditori, additati come congiurati di una manovra occulta per l’affossamento della candidatura Prodi, la mancata realizzazione di un  governo di cambiamento e la preferenza per un governo di larghe intese. Una caccia che sembra trascurare il fatto, non proprio insignificante, che comunque l’adesione dei 101 non avrebbe consentito il raggiungimento del quorum per l’elezione di Prodi. Già nel formulare la proposta, quindi,  si contava di poter raggiungere i voti necessari con le successive, ulteriori votazioni: ma allora, perché mai non si è insistito, da parte della stragrande maggioranza dei grandi elettori PD-SEL, perché si continuasse a votare Prodi, tentando  di recuperare una parte almeno dei voti riottosi e acquisirne altri, anche in seno al Movimento 5 stelle? Non è forse la norma, nella storia della  nostra repubblica, che il  Presidente venga eletto dopo numerose e spesso alternanti votazioni?

Personalmente, non trovo nemmeno convincente l’ipotesi che i 101 voti mancanti appartenessero tutti e soltanto ai ranghi del PD. Una ipotesi data universalmente per scontata ma ciò nonostante  indimostrabile,  dal momento che il voto è segreto e che nemmeno l’uso dei puntini – prima, dopo, o in mezzo al nome – può considerarsi uno strumento incontrovertibile di riconoscimento del voto. (Incidentalmente: perché mai non si adotta per le votazioni dei grandi elettori la regola secondo cui gli espedienti diretti a rendere riconoscibile il proprio voto ne comportano la nullità, così come è regola per le votazioni di noi piccoli elettori?)

Ma di più, e inoltre: quale senso ha,evocare le categorie del tradimento e dei traditori in sede di elezione del Presidente della Repubblica? Qui non è certo in discussione l’irresponsabilità e/o l’incoerenza e la pavidità politiche di  quanti in un’assemblea democratica abbiano aderito, addirittura per acclamazione, ad una candidatura, salvo poi boicottarla nel segreto dell’urna. E tuttavia, se la nostra Costituzione prevede che  questa elezione avvenga a scrutinio segreto – evidentemente per affrancare gli elettori da qualsiasi tipo di pressione e consentirne il concorso al di là delle appartenenze  – come si fa a parlare a cuor leggero di tradimento quando i risultati non siano conformi a dichiarazioni e/o previsioni? Dobbiamo allora presumere che la ricerca delle larghe convergenze prevista per questa elezione debba necessariamente  contare sulle dimensioni comparative dei tradimenti che si verificano all’interno degli schieramenti? Oppure si presume che quelli dei nostri che non votano per il nostro candidato siano null’altro che traditori, mentre quelli dei loro che non votano per il loro candidato, siano encomiabili illuminati sulla via di Damasco?

Ancor più lontano da qualsiasi ragionevolezza sta il fatto che il biasimo, l’ira, la derisione e l’irrisione per il mancato obiettivo di dar vita a una svolta, al  governo di cambiamento, siano stati tutti ed esclusivamente appuntati, pressoché da tutti,  contro la dirigenza del PD, che finisce per esser considerata non soltanto la principale, ma l’unica responsabile del cosiddetto inciucio PDL-PD.

Lasciamo perdere il paradosso per cui i rimproveri più acuti contro il PD sono quelli levatisi da parte di chi non ha votato la coalizione PD-SEL, contribuendo così a indebolirne le posizioni di forza. Questo risponde al costume folcloristico cui ci hanno da tempo abituato  frange fin troppo cospicue,  tanto intransigenti quanto inconcludenti, di sedicenti esponenti, puri e duri, della sinistra, di quella vera.

Ma come si fa a dimenticare, o comunque a non mettere nel conto, che in virtù dei risultati del voto del popolo sovrano del 25 febbraio, l’unica possibilità di un governo di cambiamento avrebbe potuto realizzarsi con la convergenza, in Parlamento, dei voti della coalizione PD-SEL e del Movimento 5 Stelle ?

E allora, come si fa ad imputare non già la principale, ma qualsiasi responsabilità di questa mancata convergenza al PD ed alla sua dirigenza?

Sembra annegato nell’oblio collettivo il fatto che già a partire  dall’iniziale  proposta dei famosi 8 punti Bersani  il Movimento 5 Stelle ed il suo mentore Grillo  – mentre accusavano Bersani di aver rubato almeno alcuni di quei punti al loro programma! – hanno proclamato chiaro e tondo che non avrebbero mai appoggiato, nemmeno astenendosi sulla fiducia, un governo di centrosinistra. Chi è mai che, con coerenza e costanza adamantine, ha operato perché si verificassero le condizioni di necessità che hanno portato al governo di larghe intese, dando a bere a folte schiere di gonzi come una profezia quello che, a chiunque guardi ai fatti senza paraocchi, risulta essere un obiettivo preciso, del resto  in diverse occasioni apertamente conclamato come strumento essenziale  per spazzar via tutto il vecchiume della politica?

Dagli innumerevoli e variegati spalti dai quali si lanciano invettive e reprimende sul vergognoso ed innaturale connubio PD–PDL a me non risulta sia stata mai lanciata una qualsiasi proposta concretamente alternativa: una proposta, cioè, realizzabile senza cacciare il paese nell’avventura drammatica di una assenza di governo e della  reiterazione delle elezioni con questa stessa legge elettorale: con tutto quel che potrebbe conseguirne – ancora oggi –  sul piano economico e sociale, in una situazione di crisi della cui gravità si rimpinzano talk-show, testate giornalistiche, inchieste strappalacrime, ma che poi non si considera sufficiente a configurare uno stato di necessità da affrontare così come si può.

Il grande argomento agitato da tanti, da pressoché tutti, è che si sarebbe tradita la volontà dell’elettorato, la cui maggioranza ha dimostrato di non volerne più sapere di Berlusconi. Leggi il resto dell’articolo

LUSI, DE GREGORIO, E GIORNALISMO OPPORTUNISTA

A differenza che per De Gregorio, nel caso Lusi si è avuta l’autorizzazione del Senato all’arresto.

A questa differenza ha puntualmente corrisposto una differenza nel trattare i due casi da parte della quasi totalità dei giornalisti e delle testate.

Sul caso De Gregorio, mi sembra difficile dimenticarlo, tutti insorsero – alla testa di tutti l’insetto canterino con ambizioni egemoniche nel rinnovamento della politica – contro la casta che difendeva se stessa in termini ordinati e compatti; tutti elaborarono calcoli presuntivi sul numero dei “franchi tiratori”; e più o meno tutti ne arguirono apoditticamente che parte di questi tiratori si annidavano  nel Partito Democratico. Sicuramente, si continuava ad arguire, perché si preparava lo scambio tra la salvezza di De Gregorio e quella di Lusi.

Adesso, a dire sì all’arresto – secondo giornalisti e testate –  è stato “il Senato”: un Senato occasionalmente ravvedutosi perché  incalzato dallo sdegno popolare. Il fatto che il PDL si sia massicciamente assentato dalla votazione viene mormorato appena di sguincio – un fatto secondario e ininfluente. L’evidente insussistenza dell’ipotesi, rivelatasi alla prova dei fatti calunniosa, di un patto scellerato tra i componenti dell’”anomala maggioranza” che sostiene il governo Monti non viene nemmeno menzionata. Né alcuno di coloro che  furono i  più ferventi sostenitori dell’idea del complotto si è sentito minimamente in dovere non dico, per carità, di offrire delle scuse, ma nemmeno di ammettere di essere incorso in un grosso errore. Leggi il resto dell’articolo

CONTRO GLI SCONTI SUI LIBRI L’ITALIA DEI BOTTEGAI

Il Parlamento non riesce a occuparsi dei problemi gravi del paese, nonostante gli inviti pressanti dello stesso Presidente della Repubblica. La crescita del PIL langue, l’occupazione è precaria e non cresce, la produttività è in declino cronico.

Quando e a che proposito questo stesso Parlamento riesce tuttavia a varare un provvedimento bipartisan? Quando si tratta di proteggere e portare avanti cultura e interessi da bottegai.

La prodezza reca la firma dell’on. Riccardo Levi, del PD: e questo non può non aggiungere scorno e amarezza. Lo stesso PD che giustamente denuncia e cerca – invano – di contrastare altre visioni e interessi da bottegai, come quelli dei farmacisti, degli avvocati, dei notai, e corporazioni varie (tassisti inclusi). Ma, d’altra parte, si tratta dello stesso on. Levi che ai tempi di Prodi cercò di recare in porto un provvedimento che avrebbe reso praticamente impossibile fare dei blog senza essere editori-giornalisti: fortunatamente il tentativo non riuscì.

Lo spirito bipartisan non è mai così vispo in Italia come quando si tratta di creare nicchie di favore per questa o quella conventicola. In nome di qualche pretesa nobilissima missione, o di presunti servizi immateriali resi alla cultura e al bene comune, si pongono limiti arbitrari ai volgari e spregevoli meccanismi del mercato e della concorrenza (alimentati, come si sa, dalla bassa libidine di profitto) che dovrebbero premiare chi fa meglio il proprio mestiere di editore e/o venditore di libri.

Non so chi sia l’imbecille che può davvero credere che se io, come lettore, non potrò più avvantaggiarmi di sconti superiori al 15% rinuncerò ai tanti migliori servizi che mi rendono grandi gruppi – tipo Amazon, IBS, La Feltrinelli – e mi precipiterò a comprare libri dai “piccoli librai”. Purtroppo, però, questo imbecille ha il potere di obbligarmi, in futuro, a comprare meno libri o, in alternativa, a fare qualche maggiore rinuncia per comprare i libri che desidero. E infatti sul video di You Tube con cui l’on. Levi si compiace della propria prodezza, egli ci parla degli interessi e dei vantaggi di tanti: ma si guarda bene dal menzionare quelli dei lettori!

Da notare, infine – sempre a proposito di libri – che in materia di libri scolastici non si è mai stati in grado di varare norme, bipartisan o meno, dirette a ridurre il balzello – per di più fortemente regressivo – che puntualmente ogni anno viene addebitato alle famiglie con studenti, dalle elementari all’università. Balzello imposto concordemente da istituzioni, corporazioni di insegnanti, autori, editori e librai.

Insomma, purché in contrasto – quanto meno nello spirito, non sono un giurista – con la Costituzione (in particolare, gli Articoli 9 e 41), tutto fa brodo per trovare larghe intese…

Non so quanto potrà servire, ma c’è già chi ha organizzato una petizione al Presidente della Repubblica contro il varo di questa legge: io l’ho firmata, spero che la firmino in tanti, considerato anche che librai ed editori meno miopi che avversano questa legge non mancano. 

SONDAGGI E FIBRILLAZIONI NEL PD

Fanno benissimo i dirigenti del PD a preoccuparsi di mettere a punto politiche e programmi che accrescano l’adeguatezza dell’iniziativa politica del partito alla situazione e, quindi, il consenso al partito nell’elettorato.

Non mi sembra però che contribuisca positivamente a questo impegno lo scatenarsi di fibrillazioni inconsulte a fronte delle cifre del sondaggio IPSOA pubblicizzate nell’ultima trasmissione di Ballarò. Il 26 ottobre il PD veniva favorito dal 24,2% degli intervistati (il PDL dal 29%): e siè gridato al crollo. Forse perché il 25 febbraio del 2010 si era registrato

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SE ANCHE “L’INFEDELE” DI GAD LERNER DELUDE…

La puntata di L’Infedele di ieri sera, 19 ottobre, doveva essere anche dedicata – secondo quanto puntualizzato dallo stesso Gad Lerner in corso di trasmissione – a far meglio comprendere le differenze tra le posizioni dei candidati sui quali il PD invita i suoi elettori alle primarie del 25 ottobre perché concorrano alla scelta del segretario PD. Un evento sul quale non mi sembra che l’informazione dei cittadini possa dirsi particolarmente ampia né, tutto sommato, chiara e precisa.

Devo dire subito che, francamente, sono rimasto profondamente deluso dalla trasmissione. Non penso di peccare di particolare severità se affermo che:

a) gli spettatori che poco o male sapevano sulle “primarie” convocate dal PD e sui candidati che gli iscritti del PD hanno messo in corsa, alla fine della trasmissione ne sapevano altrettanto poco e male (forse peggio: è stata addirittura lasciata passare l’informazione che l’editoriale di Eugenio Scalfari  di domenica scorsa si sarebbe risolto tutto e solo in una critica dei modi “scriteriati” scelti dal PD per darsi un Segretario!);

b) quelli che già sapevano abbastanza e bene, non solo non hanno appreso nulla di più, ma ne saranno rimasti delusi e forse anche irritati: magari avranno pensato che Bersani era stato facile profeta quando aveva detto di temere che altri confronti a tre (oltre quello di Youdem.tv) potessero essere agevolmente strumentalizzati per “fare spettacolo”. Leggi il resto dell’articolo

D’ALEMA: CADUTE DI STILE E NON SOLO

Ho sempre avuto una grande stima dell’intelligenza politica di Massimo D’Alema, anche se negli ultimi anni mi sono trovato via via più spesso a non condividerne valutazioni e indicazioni.

Sono soprattutto le sue ultime uscite a segnare marcate cadute di stile, tanto più preoccupanti in quanto nient’affatto limitate allo stile. La pur comprensibile passione nella competizione per le primarie indette per eleggere il Segretario del Partito Democratico non le giustifica affatto: semmai, anzi, le ingigantisce.

Liquidare sprezzantemente l’intervento di Franceschini alla Convenzione dei delegati come “un comizio” è stato certamente ingeneroso ma, soprattutto, è stato deliberatamente superficiale. Una superficialità che mal si concilia con l’intelligenza politica di D’Alema. E che proprio per questo, a mio parere, in realtà è stato un espediente per non prendere posizione in maniera chiara ed esplicita su una concezione del PD – del suo ruolo, della sua organizzazione, del suo modo di agire e interagire con l’elettorato e la  società civica, della sua opposizione e della sua proposta di governo alternativa – che certamente si differenzia da quella sostenuta dal candidato Bersani. E sulla quale l’intervento di Bersani è stato piuttosto affrettato e sfuggente, avendo lui preferito caratterizzare il proprio intervento piuttosto da Segretario già designato anziché da candidato alla Segreteria.

Affermare di essere stato attaccato da Franceschini per la brama di quest’ultimo di far parlare di sé i giornali è stato un ribaltare la frittata, visto che l’”attacco” di Franceschini è consistito nell’affermare la propria fiducia nella lealtà della “base” del partito, contrariamente ai dubbi avanzati in proposito da D’Alema.

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