PARCO SCOTT – BENE PUBBLICO DA RISCATTARE O LASCIAR DEPERIRE?

Ammetto di non conoscere i motivi precisi per cui qualcuno ha ritenuto giustificato imbrattare la pubblica via, immagino in un impeto di difesa –  quantunque approssimativo sul piano lessicale  – di Parco Scott, a Roma, dall’assalto della speculazione.

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Ma proprio a partire dalla reiterata vista di quella scritta  mi sono lasciato andare a fantasticare come potrebbe diventare, Parco Scott.

Ho  immaginato un Parco Scott  curato appropriatamente e regolarmente,  soggetto alle potature ed all’abbattimento di piante o rami pericolanti, alla prevenzione ed eliminazione delle infestanti, al taglio periodico dell’erba, tutto secondo i tempi e le esigenze della botanica e delle stagioni, anziché subordinatamente a tempi e disponibilità, variabili quanto incerte,  del “Servizio Giardini” municipale.

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Ho pensato un Parco Scott dove sia possibile camminare, o correre, o andare in bicicletta, senza dover procedere a slalom per evitare di calpestare escrementi di amici dell’uomo o, talvolta, persino dell’uomo; senza doversi imbattere continuamente in bottiglie di vetro e plastica, lattine, cartacce, indumenti sudici, mozziconi di sigarette, profilattici usati, e altre varietà di rifiuti; e senza dover temere l’improvviso sopraggiungere di ciclisti spericolati in vena di prodezze, che ti sfiorano come sbucando dal nulla; forse persino più pericolosi, ma certo non meno molesti, dei dritti che, in motorino (talora addirittura in motocicletta) si compiacciono di usare il Parco come scorciatoia tra le zone ad esso adiacenti.

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Mi sono persino figurato un Parco Scott dove le aree riservate all’infanzia siano ben tenute e libere dai rischi, senza essere inattesamente  spogliate delle loro recinzioni;  dove una sorveglianza continuativa impedisca che vengano deturpate e rese inutili le mappe, o che le panchine siano soggette ad essere danneggiate e divelte, o che sorgano sporadici accampamenti di barboni – da scoraggiare con metodi civili, ovviamente, e non affidandosi all’iniziativa di qualche teppista. Dove a tutti i  cani e relativi possessori, purché ben educati, sia consentito di scorrazzare nel recinto a ciò riservato, senza temere incursioni di animali palesemente aggressivi e poco affidabili, senza debordare fuori del recinto dimenticando le regole destinate ad evitare di incutere paura, o rappresentare un pericolo, specie – ma non solo – per i ragazzini; e dove vadano scomparendo i furbetti tanto solerti nell’esibire la disponibilità dei sacchetti per le deiezioni quanto   sfrontati nel guardarsi bene dall’usarli all’occorrenza.

Un Parco Scott dove le fontanelle non lascino scorrere giorno e notte l’acqua inutilmente, né vengano temporaneamente sequestrate da privati per i propri bisogni, e dove la stessa acqua venga utilizzata per le necessità di irrigazione più pressanti. Un Parco Scott le cui aree e strade di accesso non vengano usate per la rottamazione di veicoli in disuso oppure, la notte, come parcheggi–bordello di cui permangano durevoli ed evidenti tracce per i giorni a seguire. 

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Insomma, mi sono lasciato andare a figurarmi un Parco Scott come uno dei tantissimi parchi che si trovano nelle città del Nord-Europa, un parco salvato dall’incuria e dal degrado progressivi, di cui valorizzare al massimo le notevoli, inutilizzate potenzialità; un’area pacificamente e variamente fruibile e godibile, al riparo d’ogni forma di pericolo o molestia,  anche nelle splendide notti di mezza stagione e in tutta tranquillità persino, perché no, da parte di utenti di sesso femminile…

La questione, naturalmente, è come far diventare i sogni realtà, individuando strumenti e metodi cui affidarsi che non risultino del tutto fantasiosi o, comunque impraticabili più o meno quanto l’idea, per dire, di trasferire Parco Scott in Svizzera.

A me non riesce di concepire altra via, realisticamente ed efficacemente percorribile, pur se con notevoli difficoltà, se non quella  di un affidamento della gestione di Parco Scott ad una impresa privata.

Un affidamento congegnato in termini assai più precisi e cogenti di quelli abituali per quanto riguarda la definizione di obiettivi, modalità, tempi di un piano di risanamento, prima, e di regolare manutenzione poi, e per quanto concerne la  determinazione di doveri e corrispettivi reciproci di affidante e affidatario.

Dovrebbe essere prevista, ad esempio, senza possibilità di scappatoie, la decadenza automatica dell’affidamento in caso di gravi inadempienze, da parte dell’impresa, o di recidiva di inadempienze minori, (sempre soggette, comunque, a specifiche sanzioni). Si potrebbe prevedere che dopo un certo numero di anni,  in ogni caso, sia aperta ad altri soggetti imprenditoriali la presentazione di programmi di gestione concorrenti con la possibilità, per l’affidante, di valutare ed optare tra programmi in competizione.

All’impresa dovrebbe essere erogato un canone annuo equivalente all’entità attuale della spesa pubblica per la manutenzione del Parco. Un canone che, peraltro, dopo un periodo di avviamento prestabilito, potrebbe essere soggetto a periodiche riduzioni.

L’impresa affidataria verrebbe autorizzata a stabilire e riscuotere delle tariffe per l’accesso al Parco. Si potrebbero istituire tessere nominative, articolate su appropriati intervalli temporali, il cui costo andrebbe scaglionato in funzione di reddito e patrimonio dei nuclei familiari di appartenenza dei sottoscrittori (applicando, per esempio, un sistema ISEE debitamente riveduto e corretto). Tessere gratuite, o ad un prezzo simbolico, verrebbero concesse agli appartenenti a nuclei familiari con risorse inferiori alla soglia di tassabilità. (Con l’avvertenza, magari, che tutti i titolari di tessere  verrebbero ipso facto sottoposti a più frequenti accertamenti da parte dell’erario). Sanzioni adeguatamente salate, immediatamente esecutive,  dovrebbero essere stabilite per tutte le forme di trasgressione e i relativi responsabili.

L’impresa verrebbe inoltre autorizzata a realizzare migliorie (zone di gioco attrezzate per l’infanzia, e magari anche qualche tabellone con cesto basket per gli adolescenti, servizi igienici e fonti di ristoro, ecc.) nonché iniziative od eventi collaterali di animazione di carattere culturale, sportivo, educativo, ginnico, e via dicendo:  anch’essi autofinanziati con la riscossione di un corrispettivo, eventualmente affiancato, se non rimpiazzato, dall’intervento di sponsor, pubblici o privati, che sarebbe cura dell’impresa individuare e coinvolgere.

L’obiettivo assegnato all’impresa, in definitiva, sarebbe quello di migliorare, regolare  ed ampliare  entità ed articolazione dell’offerta e della fruizione dei servizi del Parco,  così come quella di estenderne, fidelizzarne e coinvolgerne attivamente le utenze. 

Qualora si riuscisse a porre in essere un progetto del genere, esso  potrebbe magari assumere valenza sperimentale e dimostrativa con ricadute positive per altre realtà consimili.

Certamente, l’accessibilità e la fruizione di Parco Scott non sarebbero più, com’è attualmente, sregolate né  gratuite (ossia a totale carico dei contribuenti, anche di quelli che, per quale ragione che sia, del Parco non fruiscono minimamente).

Cosa ci sarebbe di sbagliato, o iniquo, o comunque negativo, in in tutto questo?

Perché mai, in particolare,  un servizio pubblico, dovrebbe per definizione essere gratuito?

Perché non chiedere ai cittadini che ne fruiscono direttamente di destinare una quota della propria spesa per consumi a questo tipo di servizi, anziché ai consumi privati? Al contrario, non sarebbe utilmente rieducativo indurre a fare a meno, che so io, di qualche centinaio di sms superflui, o di qualche capo d’abbigliamento griffato, della versione più recente del gadget, per poter accedere a  servizi pubblici adeguati? 

Altrettanto certamente, dalla gestione di un bene pubblico – o,  per usare un termine oggi particolarmente in voga, un bene comune – come Parco Scott ci sarebbero dei privati a trarne un guadagno: il famoso (famigerato?)  profitto, destinato a remunerare l’attività imprenditoriale,  i rischi e i capitali investiti nell’impresa.

Anche qui, se ci si riuscisse, che male ci sarebbe  nell’indurre dei privati a dirottare l’impiego di capacità imprenditoriali e risorse economiche verso la salvaguardia e l’arricchimento di un bene comune, rispetto alle consueti destinazioni del mattone, di centri commerciali, o di catene di jeanserie, pizzerie, boutique? Dove, come, perché e a chi, o cosa, sarebbe inflitto un vulnus?

So benissimo che nella concezione di tanti benintenzionati la sola evocazione del termine profitto è immancabilmente  sinonimo di contaminazione, corruzione, …dannazione. E’ storia antica quanto il mondo che ogni tipo di credo  debba inventarsi  i propri demoni da combattere senza requie, salvo poi usare questa avversione a copertura di incapacità e misfatti d’ogni genere e grado.

Si provi, allora, a inventarsi soluzioni diverse, percorribili nelle condizioni effettive in cui versano – e continueranno a versare per decenni a venire – le pubbliche finanze.

Altrimenti Parco Scoot resterà pure no profit, come vuole la scritta in testa a questo post: ma continuerà, inevitabilmente, a sprofondare lentamente in un’incuria e in un degrado indecenti e indegni di un paese civile.

E anche su questo, però – come in tanti altri settori –  non potremo continuare a blaterare contro la casta, la politica lontana dai bisogni dei cittadini, o qualsiasi altro dei colpevoli che tanti sociologi trendy si compiacciono di  additarci: potremo e dovremo prendercela soltanto con la nostra impervia ottusità. Ottusità mentale, prima ancora, e più ancora, che politica.

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