LUSI, DE GREGORIO, E GIORNALISMO OPPORTUNISTA

A differenza che per De Gregorio, nel caso Lusi si è avuta l’autorizzazione del Senato all’arresto.

A questa differenza ha puntualmente corrisposto una differenza nel trattare i due casi da parte della quasi totalità dei giornalisti e delle testate.

Sul caso De Gregorio, mi sembra difficile dimenticarlo, tutti insorsero – alla testa di tutti l’insetto canterino con ambizioni egemoniche nel rinnovamento della politica – contro la casta che difendeva se stessa in termini ordinati e compatti; tutti elaborarono calcoli presuntivi sul numero dei “franchi tiratori”; e più o meno tutti ne arguirono apoditticamente che parte di questi tiratori si annidavano  nel Partito Democratico. Sicuramente, si continuava ad arguire, perché si preparava lo scambio tra la salvezza di De Gregorio e quella di Lusi.

Adesso, a dire sì all’arresto – secondo giornalisti e testate –  è stato “il Senato”: un Senato occasionalmente ravvedutosi perché  incalzato dallo sdegno popolare. Il fatto che il PDL si sia massicciamente assentato dalla votazione viene mormorato appena di sguincio – un fatto secondario e ininfluente. L’evidente insussistenza dell’ipotesi, rivelatasi alla prova dei fatti calunniosa, di un patto scellerato tra i componenti dell’”anomala maggioranza” che sostiene il governo Monti non viene nemmeno menzionata. Né alcuno di coloro che  furono i  più ferventi sostenitori dell’idea del complotto si è sentito minimamente in dovere non dico, per carità, di offrire delle scuse, ma nemmeno di ammettere di essere incorso in un grosso errore.

Nell’ammettere, in definitiva, quanto sia sbagliato e infondato parlare di una “casta” omogenea, all’interno della quale i rappresentanti parlamentari sono tutti solidalmente uguali.

Tutto ciò non poteva essere menzionato ed evidenziato in termini, se non pari, almeno proporzionati ai caratteri cubitali che hanno contraddistinto il “caso” De Gregorio.

Non era possibile perché avrebbe significato porsi in qualche modo di traverso rispetto alla corrente dominante dell’antipolitica e all’insetto che se ne è eletto profeta. E magari, a causa di ciò, rischiare di perdere qualche fettina di mercato, di tirare qualche copia in meno, di venire additati come venduti oppure, come minimo, di non primeggiare più tra i competitori nel cavalcare l’onda.

Certamente senza un rinnovamento di fondo del ceto politico italiano la nostra democrazia corre brutti rischi.

Ma senza un rinnovamento altrettanto profondo degli esponenti del giornalismo nostrano – cane da guardia della democrazia –, senza che loro si (ri)guadagnino la capacità di incidere significativamente nella formazione della pubblica opinione, anche se magari a scapito della capacità di gareggiare nel destreggiarsi come abili surfisti sulle  tendenze dominanti del senso comune, è davvero difficile immaginare che riescano a contribuire al rinnovamento di quel  ceto politico e, meno che mai, a costituire un’efficace barriera contro i rischi che insidiano  la nostra democrazia. 

 

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