DA «REPUBBLICA» CAMPANELLI D’ALLARME

Per una di quelle strane coincidenze che il caso non di rado si diverte a somministrare, certamente non con intenti, ma altrettanto certamente con effetti, ferocemente ironici, ieri su la Repubblica sono apparsi uno accanto all’altro:

L’Amaca di Michele Serra, in cui il giornalista sottolinea come, oramai, nella sacrosanta indignazione per gli usi ribaldi dei rimborsi elettorali da parte dei partiti non si facciano più le debite distinzioni: “E’ come se, nella canea, andasse smarrito il vaglio delle colpe”; e naturalmente, “il primo a dire che sono tutti ladri e tutti sporchi” è il vero politico ladro, che nel clima di linciaggio indiscriminato e nella confusione può mimetizzarsi e sperare di farla franca.

– la smentita indignata di Fausto Bertinotti circa le notizie riportate in un precedente articolo di Filippo Ceccarelli, sempre su la Repubblica, secondo le quali, ai tempi della presidenza della Camera di Bertinotti sarebbe stato uso donare agli ospiti “un campanello di quelli cui un tempo certi signori borghesi richiamavano la servitù”; e Bertinotti  sfida il giornalista “a trovare un ospite, uno solo che abbia ricevuto quel tipo di campanello”.

Ebbene, cosa fa il giornalista Ceccarelli? Cita qualche nome a riprova della fondatezza delle notizie da lui raccolte? Oppure si scusa per aver affrettatamente avallato notizie infondate?

Nemmeno per sogno; pensa di sfilarsi dalla querelle con una battuta (?): “Signor Presidente, è proprio vero: è il Paese dei campanelli”.

Della mancanza di discrimine cui accenna Serra, d’altronde, a me sembra che una prova recente la si sia avuta in un altro articolo di Ceccarelli, nel quale risultano messe e trattate sullo stesso piano vere e proprie ruberie, esborsi avventati, e anche quelle che vengono giudicate spese esorbitanti e/o inefficaci sulla base di valutazioni soggettive tanto legittime quanto, però, arbitrarie ed opinabili.

Temo che qui siamo ben al di là dei “danni collaterali delle rivoluzioni” di cui parla Michele Serra. Quando anche in un quotidiano come la Repubblica e da parte di un giornalista come Ceccarelli  si finisce praticamente per mettersi sulla scia delle  “urla indistinte della rivolta contro i partiti”, trascurando così una funzione fondamentale della libera stampa nel formare l’opinione pubblica, anziché limitarsi a registrarne qualsiasi manifestazione, rozza, confusa o infondata, c’è veramente da temere il trionfo del tanto peggio.

Anche perché mi sembra non poco azzardato parlare di “rivoluzioni” in un paese in cui, per dirne una, non si registra l’esplosione di altrettanto viscerali rivolte contro il mondo del calcio, per le ruberie, le truffe, le evasioni che lo infestano. Né mi sembra che circolino diffusamente proposte  miranti ad abolire le diverse forme di  agevolazioni, finanziate con pubblico denaro, di cui il calcio fruisce (anche sotto il profilo delle misure di pubblica sicurezza) né, tanto meno, che si avanzino a gran voce  progetti di protesta e punizione di quel mondo tramite l’astensione dalla frequentazione degli stadi, dalle scommesse o dalle trasmissioni TV che lo foraggiano.

 

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