PASSAGGIO AL 2012

Ogni volgere di anno continua a essere segnato dalla ripetizione di riti e consuetudini dedicati a congedare l’anno oramai vecchio e ad accogliere quello appena nascente. Forse con un po’ di stanchezza smaliziata, eppure sempre con qualche segreto filo di speranza, ci lasciamo andare ad accarezzare desideri di novità, a considerare possibile la ripresa di alcuni dei tanti progetti lasciati a mezzo (od assai meno), persino a formulare vagamente buoni propositi. Tra fuochi d’artificio, botti e bollicine ecco rifarsi viva, a sorpresa, l’eco del modo di dire di sempre: anno nuovo, vita nuova.

Questo passaggio dal 2011 al 2012 è stato decisamente segnato dalla novità: e, altrettanto decisamente, in un senso tutt’altro che positivo. Una svolta inattesa, repentina, incisiva: tutt’a un tratto la vita ha preso una piega diversa; senza cenni premonitori, senza avvisi di allerta, senza progressioni graduali.

Dall’oggi al domani, quasi alla vigilia di Natale, quello che s’era presentato come un fastidioso, quanto mai intempestivo malanno di stagione, si è rapidamente svelato per qualcosa di assai peggiore: una polmonite che mi ha costretto al ricovero il 23 dicembre, terapia intensiva sino al 30 e poi degenza in clinica fino all’11 gennaio. Da allora inizia una convalescenza che si annuncia lunga e, quel che appare più frustrante,  incerta:   esami ed analisi ai sono susseguiti portando talora ad esiti piuttosto confusi così da imporne reiterazioni o nuovi tipi; le notizie migliori e più confortanti sono state spesso seguite dal manifestarsi  di nuovi disturbi o malesseri che rendono più accidentata e incostante la ripresa.  E’ come essere improvvisamente entrati in una fase di perturbazione climatica dominata dall’incertezza e dall’imprevedibilità.

Le conseguenze sulla mia vita – e, inevitabilmente,  sulla vita di colei con la quale la condivido più strettamente – si fanno sentire in modo incisivo e straniante. Sembra, alle volte, di  sentirsi trapiantato in un corpo che all’apparenza è esattamente il tuo di poche settimane fa ma che in effetti si comporta in modo tutto diverso. Lo stesso corpo che mi consentiva di seguire la disciplina che mi eri imposto – è il caso di dirlo, data la mia caratteriale insofferenza per ogni forma di corvée ripetitiva – per mantenere forma e passo (letteralmente: una passeggiata veloce di poco meno o poco più di un’ora quasi ogni mattina), adesso non mi permette di eseguire tanti degli ordinari compiti di una vita sedentaria senza farmi provare il sapore affannoso della fatica. Lo vivo un po’ come un tradimento che fino a ieri mi appariva impossibile. 

Tutte le azioni del vivere quotidiano producono un certo spaesamento. Dopo la fase acuta sono stato tentato di rallegrarmi fino in fondo per la gioia di essere tornato lì dov’ero: se non fosse che mi è sembrato di non essere proprio lì, ma in un posto che appare  identico,  ma identico non lo è affatto. Me lo ricordano continuamente tutti i piccoli gesti e le più banali incombenze della quotidianità, la cui istintiva meccanicità ora deve sottostare a un inatteso supplemento di controllo.  E dove quei frammenti di   occasioni che usavano di tanto in tanto affacciarsi alla mente a contatto con gli stimoli provenienti dalle fonti interiori od esterne più  diverse, non riescono più a essere spensieratamente oggetto di fantasie capaci di elaborarne intenzioni, propositi o progetti: richiedono invece di essere sottoposti ad un editing anche molto severo, e non di rado a un taglio netto, perché condizioni e prospettive sono mutate.

Risorge  improvvisamente alla superficie una delle consapevolezze che usiamo tenere profondamente e costantemente sedate:  la cognizione della fragilità di quello che assumiamo essere il corso naturale della nostra esistenza, della sua costante dipendenza da eventi e fattori casuali, imprevedibili, anche i più improbabili – come pure è naturale che sia per esseri la cui esistenza è frutto  della più improbabile combinazione di eventi. E’ l’evento improbabile, cui guardiamo con  rassicurante distacco, confortati dalla sua bassa incidenza statistica di fenomeno scientifico, sociologico, epidemiologico: che però, quando investe la tua realtà individuale, assume la ben più corposa, fatale consistenza di una svolta ineludibile del tuo percorso di vita.

E’ riemersa, dai distanti anni di scuola,  l’eco delle credenze sull’hybris dell’antica Grecia . Mi sono trovato a sospettare che la svolta abbia a che fare con  la baldanza eccessiva, nonostante cercassi di tenerla segreta anche a me stesso,  con la quale mi riusciva, tutto sommato, di tenere a bada condizionamenti e limitazioni connesse all’età: ma che non è sfuggita all’attenzione arcigna degli dei invidiosi, sempre vigili nel ricondurre prospettive ed attese dei mortali alle dimensioni  che gli appartengono.

Non mi è facile riprendere attività come la compilazione di questo blog, in momento in cui sono così sballottato tra il richiamo degli interessi che avrei prima tranquillamente definito di sempre e la mutevole consistenza o dubbia rilevanza che essi appaiono assumere in questa nuova fase climatica. 

E’ come se mi trovassi a dover fronteggiare una nuova fase di apprendimento: tornare ad apprendere, anche se non è del tutto chiaro e certo esattamente cosa, esattamente come, ed esattamente per che.

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