OUTING – RIPENSAMENTI

Fervono commenti, polemiche, reazioni sulla pubblicazione dei nomi di esponenti della destra che, essendosi schierati contro l’adozione di provvedimenti volti a contenere e sanzionare l’omofobia, in realtà, nella vita privata, sarebbero omosessuali.

Le osservazioni di Bracconi in proposito appaiono ragionevoli e tutt’altro che prive di fondamento. Le avrei condivise appieno fino a ieri ma devo ammettere che una lettura più estesa dei commenti ricevuti dallo stesso Bracconi e, poi, del fenomeno, così come affermatosi particolarmente negli USA, mi ha indotto a ritenere assai meno scontata la questione – che è complessa e non si presta a giudizi manichei né semplificatori – e a cambiare parzialmente opinione.

Le mie riserve sull’indicazione di nominativi di omosessuali in incognito, più che sulla base dei problemi di violazione della privacy – altro tema sul quale, a mio parere, passano giudizi e posizioni perentorie largamente insostenibili – avevano fondamento nella considerazione per cui, nel momento in cui pretendessi di rivelare l’omosessualità di chicchessia, quali che siano le mie intenzioni e motivazioni,  finirei indirettamente per avallare gli atteggiamenti degli omofobi.

Ma l’obiezione più valida a questa considerazione è che in effetti  ciò che si denuncia non sono liberi e legittimi orientamenti sessuali, bensì la contraddizione, l’ipocrisia, il comportamento  gravemente scorretto tra quel che qualcuno  proclama pubblicamente e quel che realmente pratica.

A chi non sta bene il parallelo con il caso di  chi si pronunciasse e agisse contro l’evasione fiscale e poi evadesse le tasse (giustamente evadere le tasse è scorretto e nuoce agli altri, l’essere omosessuali no), è sempre possibile menzionare il parallelo  con la situazione di chi blaterasse e agisse per l’indissolubilità del matrimonio praticando poi – de facto o de jure – la rottura del proprio matrimonio, o la situazione di chi agisse contro qualsiasi legalizzazione dell’aborto salvo poi praticare aborti clandestini, e via esemplificando.

In realtà, poi, a sostegno di azioni di outing assai più generalizzate – concernenti, cioè qualsiasi personalità che abbia un qualche rilievo pubblico, non limitatamente al campo della politica – argomenti tutt’altro che irrilevanti stanno nel fatto che non si capisce perché di figure pubbliche dello spettacolo, del business, della politica, ecc., sia perfettamente lecito svelare tutta una congerie di scelte, preferenze e idiosincrasie riguardanti la sfera della vita privata, facendo però eccezione per gli orientamenti sessuali; come anche nel fatto che rendere noti questi orientamenti, da parte di figure variamente prestigiose, rispettate e spesso onorate  dalla comunità, contribuirebbe progressivamente a contrastare nella società la perdurante idea di stigma collegata all’omosessualità.

C’è però un punto cruciale che, a mio parere, traccia un confine netto tra quello che può essere un outing giustificato ed eticamente  corretto e ciò che viceversa finisce inevitabilmente per connotarsi come un’operazione sordida di lista di proscrizione:  l’outing non può essere fatto senza fornire evidenze riscontrabili di quanto si denuncia, né in forma anonima. Se l’azione di outing pretende di essere un’azione eticamente corretta, non si può non assumersene appieno la responsabilità. Anche qualora si rischiasse di incorrere nella violazioni di norme sulla privacy – che, evidentemente, si dovrebbe poi lottare per cambiare.

Se intendo affermare la doverosità di comportamenti più giusti, coerenti, e limpidi non posso certo farlo a partire dall’adozione di una condotta ingiusta, incoerente e opaca. 

 

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