UNIONI DI FATTO: GIUSTI DIRITTI E PRETESE ASSURDE

La pressoché unanime indignazione suscitata in tanti ambienti “progressisti” dalle parole del sindaco Merola di Bologna circa l’opportunità di tenere nel debito conto le scelte di responsabilità manifestate dalla coppie che hanno deciso di contrarre il vincolo del matrimonio mi suscita parecchi dubbi e perplessità.

Il sindaco di Bologna ha chiarito che non ha inteso affatto rinnegare le posizioni assunte, in particolare dal PD, su DICO, unioni di fatto, ecc.; né, tanto meno, ha inteso discriminare le coppie omosessuali che oggi non hanno accesso al matrimonio. Anzi, Merola ha dichiarato di essere personalmente favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso anche se, a differenza di altri sindaci, governatori di regione, e vari capipopolo in (proprio)pectore, ha riconosciuto che, in materia, le innovazioni istituzionali esulano dalle proprie competenze e non possono che appartenere al Parlamento della Repubblica.

Cos’è, allora, che giustificherebbe reprimende e mugugni che hanno continuato a proliferare da parte di promotori e sostenitori delle “unioni di fatto”?

Perché è stato avvertito come insultante l’osservazione che le coppie (ripeto, il riferimento è solo alle coppie eterosessuali, le uniche a poter accedere all’istituto matrimoniale) che scelgono di contrarre matrimonio assumono maggiori responsabilità reciproche?

E’ una realtà, non è materia opinabile, che il vincolo matrimoniale conferisce maggiori doveri e diritti reciproci sanciti dalla  legge rispetto ad una unione di fatto: doveri – e diritti – riguardanti le parti, l’eventuale prole e, in definitiva, la società, che si estendono al di là dell’eventuale scioglimento del vincolo matrimoniale.

Per le “unioni di fatto” non è assolutamente così. Esse si sciolgono immediatamente come e quando una delle parti decida di porvi fine. Anche in presenza di figli riconosciuti da entrambi, le tutele legali cui può adire il partner più debole sono meno cogenti e spesso più farraginose e onerose che non nel caso di separazione e divorzio; per non parlare poi dei rapporti patrimoniali e dei doveri di assistenza, siano o meno presenti dei figli. Da qualunque parte si consideri la questione, è impossibile negare che  chi si sposa assume impegni più precisi, vincolanti, duraturi, nei riguardi del partner e della società:  si assume, appunto, maggiori responsabilità.

D’altra parte, perché le persone dovrebbero preferire di legarsi in una ”unione di fatto”,  anziché in matrimonio, se non per assumersi – in base a valutazioni e scelte individuali assolutamente legittime e insindacabili, sia ben chiaro – minori impegni e vincoli, nei riguardi reciproci e di fronte alla società?

E allora, perché mai e in quale senso il tener conto di questa maggiore assunzione di responsabilità nel determinare i criteri di accesso a particolari servizi sociali – a parità di altre condizioni – costituirebbe una indebita discriminazione?

E’ così illogico e discriminatorio che l’assegnazione di un alloggio popolare, oltre a tener conto dello stato di bisogno, del livello dei redditi, delle condizioni di salute,  consideri prioritaria la posizione di chi ha scelto di non poter mettere fine al legame in base a decisioni unilaterali e sottratte a vincoli? 

E’ verissimo, una ragione  importante – che spiegherebbe in gran parte  la crescente incidenza statistica  delle unioni di fatto rispetto ai matrimoni – potrebbe ascriversi alle difficoltà e farraginosità che leggi, regole amministrative e prassi giudiziarie  frappongono, in Italia, allo scioglimento del matrimonio (a cominciare dall’assurdità dei tempi riservati ai possibili “ripensamenti” e di quelli frapposti all’assunzione di un nuovo vincolo matrimoniale in nome di presunzioni di paternità ridicole ai tempi delle analisi del DNA, e degli obblighi economici che, nei casi di assenza di prole, appaiono non di rado esorbitanti, sproporzionati, assumendo caratteri punitivi o di deterrenza).

Ma questa, semmai, dovrebbe essere una ragione per cui il Parlamento della Repubblica si decida finalmente e prioritariamente a impegnarsi per modificare il quadro normativo e giudiziario in materia di separazione e divorzio. Non può costituire un buon motivo per stimolare i cittadini ad arrangiarsi per eludere una cattiva disciplina dello scioglimento del matrimonio.

D’altronde, se l’estensione e il riconoscimento di giusti diritti alle “unioni di fatto” dovesse estendersi oltre certi limiti, comportando ovviamente l’assunzione di corrispondenti doveri e vincoli, si arriverebbe a un paradosso, non soltanto giuridico ma anche e prima di tutto logico: dove starebbe la distinzione tra “matrimonio” e “unione di fatto”? 

Spesso ciò che viene accampato è il diritto a una piena libertà a autonomia di coscienza di “cittadini adulti e vaccinati” su cui Stato e società non hanno alcun diritto di interferire, sindacare, imporre tutele o limiti. Giustissimo, nessuno può coartare libere e autonome scelte. Ma qui non si tratta affatto di questo. A me sembra che qui si sia di fronte non già alla rivendicazione di giusti diritti, ma ad una pretesa strettamente imparentata con la peggiore ideologia oggi in voga presso movimenti, partiti, salotti e classi dirigenti che amano proclamarsi moderni e liberi pragmatisti, finalmente affrancati dai vecchi ideologismi: l’ideologia secondo la quale si vorrebbe essere liberi di scegliere a proprio piacimento e, simultaneamente, liberi dalle conseguenze delle scelte effettuate.

Altro che contrastare discriminazioni: qui mi sembra che si avanzino pretese assurde e insostenibili, estranee a qualsiasi senso di civismo.

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