BERLUSCONI LASCIA – GOLPE ANTI REFERENDUM!

E’ il titolo – si può tranquillamente scommettere – che campeggerebbe su più di una testata nel caso in cui Berlusconi, folgorato da un sussulto di consapevolezza, provvedesse ad abrogare le norme sul “legittimo impedimento” o persino se decidesse finalmente  di abbandonare il campo per riparare in un qualche esilio dorato a prova di estradizione.

Questo è lo strabismo della visione della politica cui ci hanno ridotto quindici anni e passa di berlusconismo. Perché è certamente vero che occorre evitare possibili imbrogli; ma è anche vero che i modi in cui sono stati accolte e hanno fatto notizia le prospettive di un possibile superamento dei referendum per una “vittoria a tavolino” dei sostenitori delle proposte referendarie appaiono distorti al limite dell’autolesionismo.

Si tratta di reazioni che in larga parte appaiono sottendere che, senza il traino del referendum sulle norme per i nuovi impianti nucleari – per di più assecondato dai tragici eventi del Giappone –, sia incerto il raggiungimento del quorum; e che se venisse a cadere anche la necessità del referendum che continua a definirsi erroneamente sulla “privatizzazione” dell’acqua, decisamente improbabile sarebbe il suo raggiungimento su quello riguardante il “legittimo impedimento”.

Se queste preoccupazioni avessero davvero un fondamento ne discenderebbe una riserva assai pesante su motivazioni e priorità reali dei promotori dei referendum.

Quello sul “legittimo impedimento” è il referendum con cui la bocciatura di Berlusconi e delle sue politiche pro domo sua sarebbe più evidente, trasparente, efficace. E’ auspicabile che ad animare la promozione di questo referendum sia stata la  convinzione e la valutazione di potere e di sapere suscitare il consenso di una cospicua maggioranza relativa dell’elettorato sul tema. E che non si sia puntato, viceversa, sull’associazione degli altri due referendum per riuscire ottenere un pronunciamento da poter leggere comunque in chiave anti-Berlusconi.

Se così fosse, vorrebbe dire che ancora una volta il ricorso all’arma del referendum sarebbe stato fatto in modo dissennato, avventuroso e strumentale – magari alla caccia di visibilità e successi particolaristici, per poter vantare una qualche sorta di primato nella capacità di contrastare il regime – sulla scia di una tradizione dei radicali cui va imputata una responsabilità tutt’altro che secondaria nel deterioramento di questo strumento di democrazia diretta previsto dalla Costituzione repubblicana.

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