GUERRA E PACE – MA QUALE PACE, E COME

Ieri sono scesi in piazza in varie città italiane movimenti, associazioni, partiti, personalità stimate e stimabili, agitando i vessilli e gli slogan del no war, del pacifismo,  e contro gli interventi militari  in Libia.

Era dai tempi del Kosovo che non si dava un’occasione altrettanto evidente per dover constatare che nobili sentimenti e propositi non si accompagnano, necessariamente, a capacità di discernimento particolarmente acute: e che, anzi, essi alle volte appaiono confliggere con il discernimento in termini tanto plateali da finire per rendere un pessimo  servizio alla causa del pacifismo,  dell’obiettivo conclamato di trasformare da utopia in progetto ciò che, un po’ approssimativamente, viene definito come “superamento della cultura della guerra” .

Se l’oltranzismo sul modello di quanti oggi si compiacciono di definirsi i sostenitori della pace senza se e senza ma, se l’intransigenza di organizzazioni e movimenti pacifisti dell’epoca avessero prevalso in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America sul finire degli anni ‘30,  è senz’altro certo  che non si sarebbero conosciuti gli orrori della Seconda Guerra Mondiale.

E’ da ritenere altrettanto certo che la svastica nazista avrebbe finito per sventolare su tutta l’Europa e i territori asiatici della Russia, forse anche sulle coste del Medio Oriente e del Nord Africa – e con una buona testa di ponte in un Sud Africa restituito ai Boeri –  magari persino approdando, direttamente o indirettamente, al continente latino-americano. In Asia l’Impero del Sol Levante si sarebbe esteso ovunque, ivi comprese Cina e India – paese in cui è lecito dubitare che la non violenza Gandhiana sarebbe riuscita ad  avere ragione di un dominio radicalmente diverso da quello britannico. Sicuramente non si sarebbe posta la questione dello Stato di Israele né tutti i problemi conseguenti. USA, forse Canada, meno probabilmente Australia, sarebbero rimaste le ridotte di un capitalismo assai depotenziato e anemizzato rispetto all’attuale…

Sarebbe stato questo il prezzo giusto da pagare per impedire di sostituire la politica di Churchill a quella di Chamberlain e perché Roosevelt non riuscisse ad avere ragione degli isolazionisti e di Lindbergh?  E sulla pelle di chi?

Bertrand Russell – che pure è sempre stato un pacifista – non ebbe esitazioni ad ammettere che nel caso della lotta al Nazifascismo la scelta della guerra si imponeva: sempre un male, certo, ma il male minore. Forse Russell era avvantaggiato dal fatto d’essere quel  filosofo che era: è più difficile che un filosofo possa smarrire le proprie capacità di discernimento.

Intransigenza e oltranzismo, anche quando si tratta del tema guerra-pace, sono cattivi consiglieri. Si rischia di privilegiare la fermezza delle proprie convinzioni a costi elevati, che comunque altri saranno chiamati a pagare.

E nel caso specifico, trovarsi per quanto involontariamente a fianco della Lega, dei Frattini della non interferenza negli affari interni di stati sovrani, del Berlusconi preoccupato per l’amico Gheddafi, avrebbe dovuto rendere meno ardua la capacità di comprendere l’inopportunità delle circostanze per rinverdire slogan anti-NATO e anti-occidentali, o per rincorrere visibilità e primati competitivi nell’ambito delle opposizioni.

Tanto più in una realtà in cui, semmai, le perplessità e i dubbi maggiori riguardano certe limitazioni che le diplomazie delle Nazioni Unite – per ragioni assai disparate, cui non sono stati estranei opportunismi e pavidità – hanno imposto alle modalità di intervento, con esiti negativi sempre e soprattutto a carico delle popolazioni che hanno chiesto di essere difese e aiutate.

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