Marco Travaglio, giornalista e divo

Che l’attività giornalistica di Marco Travaglio abbia innegabili e sostanziosi meriti, e che debba essergli assicurato il massimo sostegno avverso tutti coloro che ne vorrebbero mettere a tacere la voce, mi è sempre sembrato assolutamente pacifico, starei per dire scontato. Ma è proprio per questo che, personalmente, ho trovato tanto più difficilmente comprensibili,  e quindi tanto più decisamente insopportabili,  le uscite che spesso si concede con estrema disinvoltura nelle sue valutazioni politiche.

Su questi contrastanti umori mi sono trovato ancora una volta a dover riflettere dopo aver assistito alla trasmissione Otto e mezzo di venerdì 10 dicembre, condotta su La7 da Lilli Gruber,  una delle poche sedi di confronto che, generalmente, sembrano riuscire a smarcarsi dall’imperante rissosità di questo tipo di “approfondimenti” televisivi.

A onor del vero mi è sembrato che l’altro ospite della trasmissione, in teleconferenza,  Matteo Renzi, sia stato interrotto un po’ più spesso del dovuto dalla conduttrice:  l’evidente esigenza di dare spazio adeguato alla promozione del nuovo libro di Travaglio non avrebbe dovuto negare un comportamento più equilibrato verso il sindaco di Firenze (sento di poterlo dire tranquillamente, perché Renzi non suscita in me sentimenti di immediata e smodata simpatia).  Comunque, nel merito, mi è parso che  le opposte valutazioni sulla  criticata visita del Sindaco di Firenze ad Arcore avessero entrambe buone fondamenta: se per un incontro istituzionale l’attuale Presidente del Consiglio  è disponibile soltanto nella propria  (fin troppo) privata residenza, anziché a Palazzo Chigi,  non se ne può certo addossare la responsabilità a Renzi; è altrettanto vero che un comunicato emesso dal servizio stampa del primo cittadino di Firenze del tipo di quello suggerito da Travaglio sarebbe stato quanto mai opportuno ed efficace nel contenere i danni di quella che poi si è manifestata, come di consueto, una “trappola” tesagli da Berlusconi.

Se dopo mi hanno trovato molto d’accordo le osservazioni di Travaglio circa rischi e negatività di quella che sembra una inclinazione generalizzata alla ricerca spasmodica di “leader carismatici” da contrapporre a Berlusconi, mi ha però lasciato decisamente esterrefatto sentirlo poi allinearsi in toto a quello che è uno dei cavalli di battaglia dell’”antipolitica” del Cavaliere.

Mi riferisco ai commenti dispregiativi nei riguardi dei cosiddetti professionisti della politica, tutti considerati gente che non sa, non può o non vuole lavorare per davvero, gente che dovrebbe partecipare alla politica con spirito di servizio per tempi rigorosamente limitati e poi tornare a un lavoro serio, sempre che ce l’abbiano.

Il populismo demagogico di questo sciocchezzaio dell’antipolitica non può essere disconosciuto soltanto perché esso  oggi è in gran voga.

Qui non si tratta di negare che tra i professionisti della politica possano anche annidarsi fior di mascalzoni, più attenti a interessi egoistici, personali, che agli interessi generali. Ma questo è altrettanto vero, mutatis mutandis, per i professionisti di qualsiasi settore di attività.

Il fatto è che, nella sostanza, l’argomento tende a negare che la politica abbia bisogno di, e abbia tutto da guadagnare da, la professionalità, le competenze, l’esperienza, non meno, e forse anche più, di tante altre professioni – giornalisti, medici, avvocati e magistrati, ingegneri, e via elencando.

Ma se è proprio oggi che questo paese avrebbe bisogno più che mai di un ceto politico pienamente professionale.  Ma se è sotto gli occhi di tutti – e certamente sotto quelli di Travaglio – il fatto che mai come in questo Parlamento, in cui sono così largamente rappresentate professionalità diverse e lontane dalla politica, si è avuta una così elevata percentuale di inquisiti, indagati e anche condannati a vari livello di giudizio; e che mai come in questo Parlamento, assai più colmo di dilettanti che di professionisti della politica,  si è manifestata una vergognosa disposizione al mercato delle appartenenze, praticato senza vergogna assai più dai primi che dai secondi .

L’altro filone delle uscite di Travaglio, consuete quanto  incomprensibili, ha riguardato l’imbelle o, più ancora, la falsa opposizione praticata dal  Partito Democratico (e dai suoi ascendenti).  Secondo Travaglio il PD (e i suoi ascendenti)  in realtà le avrebbero  sempre date tutte vinte a Berlusconi; Berlusconi e gli attuali vertici del PD sono assolutamente complementari e speculari; al crollo di Berlusconi non potrà che corrispondere il crollo dei dirigenti del PD (corollario sottinteso, anche se non esplicitato: se Berlusconi non cadrà sarà anche per via dello zampino di questa cricca maldisposta a farsi da parte).

Nel corso della trasmissione di Otto e mezzo un servizio sulla professionalità e l’efficacia della capacità giornalistiche di Travaglio faceva giustamente riferimento alla ricchezza degli archivi documentali che si è costruito nel tempo e delle connessioni stabilite tra le informazioni archiviate.

Ora a me sembra che per sostenere le posizioni espresse da Travaglio sul PD – sto parlando delle drastiche e ipersemplificate posizioni ricordate poc’anzi, naturalmente – o i suoi archivi documentali, e le connessioni tra essi stabilite, debbono aver subito un catastrofico tsunami, oppure su questo argomento Travaglio ha deciso per qualche sua ragione di doverne e volerne prescindere.

Una riflessione ulteriore, a mente fredda, una volta sbollita l’irritazione che inevitabilmente monta quando le sciocchezze vengono enunciate e/o avallate da una persona per la quale, d’altra parte, senti di

condividere la stima di cui giustamente gode, mi ha portato a concludere che in realtà – a causa del clima culturale, politico, sociale in cui è venuto sprofondando questo nostro paese – siamo portati ad attenderci, e forse peggio, a pretendere troppo dai nostri eroi.

Il giornalismo di Marco Travaglio è un giornalismo professionalmente assai valido ma anche specialistico. In fin dei conti, è solo nel panorama deludente e coartato del nostro sistema dell’informazione che un giornalismo alla Travaglio finisce per assumere il rilievo di eccezionalità e starei per dire, di eroicità, di cui esso, inevitabilmente, si colora. Nelle grandi democrazie occidentali, da cui ci stiamo distaccando,  giornalisti e giornalismi così non sono così rari.  Ma non tutti, e anzi solo alcuni, fra loro, si distinguono per essere anche dei fini analisti politici.

In questo non c’è assolutamente nulla di male, perché anche nell’ambito della professione giornalistica si può eccellere quando si tratta di ricercare, analizzare, collegare atti e fatti documentali e non, magari, nel giornalismo investigativo vero e proprio; oppure non in quello dell’analisi socio-politica; e così via;  e viceversa. Da noi si vorrebbe che uno,  dimostratosi bravissimo in un campo, lo fosse in tutti: pretesa eccessiva e, per certi versi, impietosa.

Viene da pensare alle sventure di chi, per carenza di professionisti adeguati, si sia risolto ad affidarsi alle cure di un valente odontotecnico: per poi magari accorgersi, in casi di particolare necessità, che non puoi pretendere dall’odontotecnico le competenze di un dentista.

D’altra parte, la cartina di tornasole la si ritrova nel fatto che in nessuna delle anzidette grandi democrazie la situazione dell’informazione sia tale da far sì che un valente giornalista possa e debba anche cimentarsi, letteralmente,  nella teatralizzazione della sua narrazione, davanti a fitte platee plaudenti.

Per cui, al giornalista valente, deve naturalmente affiancarsi, sfruttando tutte le proprie e diverse capacità di intrattenimento del pubblico, la figura dell’attore: e, in caso di – meritato – successo, sarà assai plausibile, forse inevitabile, dover rivestire quella del divo.

In conclusione, quindi, si deve considerare umanamente del tutto comprensibile che – a meno di una alienante e stagna compartimentalizzazione dei propri ruoli – possano prodursi conflitti e frizioni non sempre agevolmente conciliabili tra le esigenze di rigore proprie di una professione giornalistica nobilmente esercitata, da una parte e, dall’altra, quelle delle arti rivolte alla seduzione del pubblico, talora anche vellicandone umori e inclinazioni deteriori, ossia, inevitabilmente, le arti  proprie del divo.

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