MODELLO SOCIALE EUROPEO E ILLUSIONI IDENTITARIE

Sono in diversi a riprendere l’articolo su Il modello perduto di Luciano Gallino pubblicato su Repubblica di oggi, 11 novembre,  che si apre così:

La rivolta degli studenti inglesi e le manifestazioni di massa contro i tagli delle pensioni in Francia o quella promossa dalla Fiom a Roma in difesa del lavoro possono essere lette come un primo tentativo di difendere dall’Europa il modello sociale europeo.

Gallino prosegue poi sostenendo che l’attacco a questo modello in atto da parte dei diversi governi di destra europei  – tra i quali colloca brutalmente il governo Zapatero, cui di socialista riconosce una mera etichetta (e immagino che lo stesso dovrà dirsi del  governo Papandreu) – e da parte delle autorità economiche dell’Unione Europea, con Trichet in testa, non sarebbe assolutamente giustificato da problemi economici o di eccessi di spesa sociale, ma solo da questioni riconducibili alla crisi finanziaria e all’iniquità della distribuzione del reddito. Dopo di che l’articolo conclude:

L´attacco dell´Europa al proprio modello sociale non è soltanto iniquo. è pure cieco, perché apre la strada a una lunga recessione. [….] Ma l´attacco al modello sociale europeo è anche peggio della vocazione al suicidio economico che tradisce. Significa ferire gravemente uno dei maggiori fondamenti dell´identità europea, quello che forse giustifica più di ogni altro l´esistenza della Ue.

Confesso che, pur condividendo la preoccupazione per il tramonto del modello sociale europeo, sono ancor più angosciato dalla diffusione di analisi piuttosto frettolose, e altrettanto frettolosi plausi ai movimenti di piazza,  che mi sembrano acriticamente condivisi da esponenti anche prestigiosi della cultura di sinistra – “società civile” o “classe politica” che sia.

Nessuno può mettere in dubbio che in Europa si pongano questioni di redistribuzione del reddito: anche queste, tuttavia, non più agevolmente e “autarchicamente” gestibili al chiuso di una fortezza o di un paradiso europeo al riparo dal resto del mondo.

Ma è da irresponsabili ritenere che gli ostacoli che si frappongono a una conservazione tal quale del “modello sociale europeo” (per non parlare di un allineamento ai suoi standard più elevati) derivino principalmente da iniquità distributive o da esuberanze della finanza considerata come l’economia “di carta” contrapposta a, e indipendente da,  quella “reale” – come vorrebbe una cattiva vulgata sostenuta da noi, non a caso, anche da Tremonti, per cui la finanza sarebbe essenzialmente roba da casinò e speculazione – e non, viceversa, da fattori oggettivi ineludibili quali l’invecchiamento della popolazione, il deterioramento delle condizioni di efficienza e competitività, l’indebitamento eccessivo a carico delle generazioni future, la famosa “globalizzazione”, che non è soltanto “capitalismo corsaro” delle grandi corporation a caccia di profitti ma anche più estesa e incisiva partecipazione delle popolazioni del pianeta a produzione e sviluppo mondiali.

Mai come in questa fase “a sinistra” appare essenziale una capacità di svecchiamento di categorie e modelli di interpretazione della realtà – o forse si potrebbe dire senz’altro di una capacità di guardare lucidamente alla realtà – per riuscire a configurare una nuova agenda politica che sappia contrapporsi  al “liberismo degli istinti animali” in termini efficacemente innovativi: che non possono essere certo quelli di una mera resistenza conservatrice. L’eredità del pensiero marxiano – liberato una volta per tutte, dopo la caduta del muro,  dalle degenerazioni interpretative leniniste  – dovrebbe ben servire a questo, anziché a fregiarsene come di una sorta di titolo nobiliare.

Pensare che nelle nostre società europee si possa, al tempo stesso, massificare i livelli di benessere collegati a una  crescente cornucopia di beni privati a prezzi comparativi decrescenti, contenere il deterioramento delle risorse ambientali, estendere universalmente il welfare a prescindere dalla condizioni di bisogno, assicurare a carico della collettività le condizioni di pensionamento conosciute in passato, magari anche contenendo “ragionevolmente” i flussi immigratori, è pura follia. Pensare che tutto questo possa essere realizzato caricandone gli oneri su una redistribuzione del reddito, che sarebbe comunque insufficiente, anche se  attuata in termini draconiani che volessero ignorarne gli inevitabili contraccolpi negativi su investimenti e crescita, è semplicemente assurdo.

Non è rifugiandosi nostalgicamente nelle illusioni utopiche nutrite in passato, né alimentandole con irresponsabile leggerezza,  che si potrà assicurare la fattibilità di un modello sociale europeo sostenibile, su cui fondare un’identità che è largamente tutta da costruire. Un’identità che,  viceversa,  assecondando i moti di insofferenza – poco importa se “di destra” o “di sinistra”, della piazza o dei governi e parlamenti nazionali – verso i vincoli posti dalla governance dell’Unione Europea si finirà inevitabilmente per sgretolare sul nascere.

Può piacere o non piacere, ma continuare a sognare della possibilità di dar vita all’”uomo nuovo” necessario a realizzare una società più giusta, equa e coesa attraverso un imperio politico nobilmente visionario, anziché attraverso il percorso lungo, faticoso e non lineare di un progressivo adattamento che parta dalla realtà dell’”uomo esistente”, è la strada più sicura per relegare l’obiettivo al  mondo dell’utopia e negargli ogni possibile realizzazione. La storia del secolo scorso qualcosa, in proposito, dovrebbe averci insegnato.

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One Response to MODELLO SOCIALE EUROPEO E ILLUSIONI IDENTITARIE

  1. lordbad says:

    Il tuo commento è in attesa di moderazione
    Dunque è ancora possibile lo Stato Sociale?

    Bel blog..

    Spero potrai ricambiare la nostra visita…

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2010/11/27/undicesimo-comandamento-non-puoi/

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