DIVORZIO ITALIAN STYLE

Credevo che, una volta ottenuto il divorzio – dopo un minimo di 3 anni di separazione prescritti dalle leggi della nostra Repubblica per dare ai propri cittadini, notoriamente irresoluti e volubili,  tutto l’agio per un eventuale ripensamento –  avessi  immediatamente diritto di tornare a sposarmi, alla pari di tutti i miei concittadini celibi e nubili, così come del resto avviene nei paesi in cui è previsto il divorzio.

Evidentemente ho trascurato il fatto che la tanto rinomata, inarrivabile unicità dell’Italian style si applica anche a regolamentazione e prassi attuative riguardante i diritti individuali e il loro esercizio.

Già la sentenza di divorzio, emessa dal Tribunale (e non impugnabile dal Procuratore, in quanto divorzio congiunto in cui le parti in causa rinunciano esplicitamente a eventuale ricorso) impiega diverso tempo per poter essere depositata nella Cancelleria dello stesso Tribunale.

Nel mio personale caso, in cui era coinvolto il Tribunale di Grosseto – ossia non proprio una metropoli tentacolare sommersa da una corrispondente mole di procedimenti giudiziari – per questo deposito sono occorsi 42 (quarantadue) giorni.

La sentenza di divorzio fa obbligo al cancelliere di trasmettere all’Ufficiale di stato civile del Comune dove ebbe luogo il matrimonio

disciolto copia autentica della sentenza medesima, e all’Ufficiale di stato civile di procedere all’annotazione della sentenza. Senza di che non potrà essere rilasciato all’interessato, da parte degli Uffici anagrafici,  il certificato di stato libero, pregiudiziale alla possibilità di contrarre matrimonio.

Quanto tempo impiega il cancelliere del Tribunale a ottemperare all’ordine del giudice impartitogli tramite sentenza?

Nel mio caso ho potuto ottenere l’informazione ricorrendo a un avvocato: la richiesta da me personalmente rivolta tramite telefono, fax ed e-mail direttamente al Tribunale, infatti, è rimasta senza altro esito che quella, non ufficiale,  del “deve venire di persona a informarsi”.

La risposta trasmessami dall’avvocato è che tra il deposito della sentenza e la sua trasmissione all’Ufficiale di stato civile di Roma intercorrono 99 (novantanove) giorni.

Non ho ancora modo di sapere quanto tempo impiegherà la copia autentica della sentenza a coprire il percorso Grosseto-Roma né, tanto meno, quanto ci vorrà poi perché l’Ufficiale di Stato civile di Roma provveda ad attuare l’ordine del Giudice annotando la sentenza e,  infine, quanto ne intercorrerà ancora prima che, a seguito di questa annotazione,  gli Uffici anagrafici mi forniscano materialmente il Certificato di Stato libero.

L’unica cosa che so con certezza è che per un periodo che sarà comunque superiore ai 131 giorni, ossia di oltre 4 mesi, io sarò rimasto un cittadino di serie B: un cittadino avente teoricamente il diritto di contrarre matrimonio, ma di fatto impedito nell’esercizio di questo diritto.

Per qualche verso una situazione analoga a quella del cittadino posto in stato di fermo, in quanto sospettato di un reato: stato di fermo che però ha limiti temporali ben più ristretti…

E’ possibile che tutto questo possa accadere nell’era dell’informatizzazione degli uffici pubblici, quando la trasmissione di documenti non dovrebbe richiedere più di qualche click? E se le comunicazioni e l’interazione tra le diverse burocrazie appartenenti a uno stato unitario e centralizzato hanno luogo con questi tempi e in questi modi, cosa accadrà quando verrà attuata la “riforma federale” e queste burocrazie potranno ritenersi ancora più autonome e indipendenti le une dalle altre? E i governanti più vocianti – tali da varcare non di rado la soglia della beceraggine – sulle necessità di riformare le amministrazioni pubbliche d’ogni ordine e grado,  spronare all’efficienza fannulloni e comodoni, accorciare processi e tempi  della giustizia, che diamine sanno e che diamine fanno?

Ma perché, in una situazione di questo genere, non allargare le maglie dell’autocertificazione: cosa si teme, che ci siano frotte di cittadini ansiosi di macchiarsi di bigamia? O perché non consentire ai cittadini che possono permetterselo di provvedere in proprio a ritirare “copie autentiche” e portarle personalmente, a proprie spese, negli uffici tenuti a conoscerli, averli in deposito, annotarli nei registri?

Quanti saranno i cittadini che, per contingenze personali anche drammatiche, si troveranno impossibilitati a dar corso con la dovuta urgenza al loro diritto a unirsi in matrimonio?

E infine, è troppo maligno arrivare a supporre che tutto quello che può creare fastidi e inconvenienti ai divorziati, in Italia, è agevolmente tollerato o persino favorito, in omaggio alla presenza e agli influssi di Santa Romana Chiesa?

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