ORTOFRUTTA D’ITALIA – ASSENTE

Al pianterreno dei sontuosi grandi magazzini di  Harrods, a Londra, esposta a solleticare e sedurre palati e gole degli avventori,  una cornucopia di leccornie alimentari d’ogni genere e d’ogni provenienza.

Volgendo l’attenzione, seppure con qualche sforzo, dalle delizie ineluttabilmente destinate a provocare uno tsunami nei livelli del colesterolo – quello  cattivo, ovviamente – agli assai più friendly ortofrutticoli freschi, non è che mancassero stimoli a leccarsi i baffi, tutt’altro.

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Pomodori, melanzane, cipolle, carciofi, peperoni, piselli, asparagi, zucchine  – queste anche in versione mini, una novità, almeno per me; e poi agrumi, mirtilli, lamponi, fragole, albicocche, mele, pere, ciliege, uva.

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Provenienze, anche qui, le più disparate. Il Regno Unito abbastanza scarso, ovviamente; ma ben rappresentate Francia, Olanda Belgio, Spagna e, più lontane, Israele, Libano, Egitto, Marocco; e, ancora, Sud Africa, Argentina, Cile, Nuova Zelanda…

Spiccava per la sua assenza totale – dalle provenienze di  questi ingredienti essenziali di una sana dieta mediterranea –  l’Italia.

Che l’ortofrutta italiana manchi totalmente dai banchi prestigiosi di Harrods non

può essere considerato un accidente casuale: tanto più che questa mancanza, almeno a quanto mi è capitato di osservare nei giorni passati, trova riscontro puntuale nei supermercati e negli alimentari della metropoli londinese.

Come non interpretare questa invisibilità dell’ortofrutta italiana come il brutto segno di un declino pesante dell’imprenditoria e della politica agricola nazionali, della loro incapacità a confrontarsi e resistere sui mercati internazionali…

Qualche serio dubbio sulla possibile correlazione di questa carenza con il fatto che politiche e competenze nel settore agricolo siano state largamente trasferite dallo Stato centrale alle Regioni è inevitabile: e, a quanto pare, non è che gli interventi di promozione all’estero delle regioni settentrionali abbiano sortito effetti migliori di quelli delle regioni meridionali.

Anzi, semmai da Harrods è possibile trarre qualche consolazione grazie al grande stand dedicato alla preparazione della pizza napoletana, tra un pupazzo di Pavarotti e un pizzaiolo che maneggia da giocoliere  l’impasto, intonando stentoreo vibranti arie dell’opera italiana (anche la  provenienza del pizzaiolo-tenore, però, palesemente estranea al Bel Paese).

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E intanto, qui da noi,  si continua a battibeccare sulle potenzialità di una grande rivoluzione federalista, tutta ideologica e parolaia, attuata  sfornando provvedimenti legislativi  vaghi ed approssimativi, dalle conseguenze imponderabili e imponderate.

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