2010 – ANNO ZERO

Devo dire che tornare a rivedere alla TV su RAI 2 la trasmissione di Michele Santoro, dopo circa un mese di astinenza forzosa, è stato tutt’uno con il provare un senso di profondo sconforto, la sensazione di un deludente anticlimax.

E’ mai possibile che, nell’anno di grazia 2010, ciò per cui è stato necessario mobilitarsi, impegnarsi nel passa-parolaraccogliere fondi, partecipare a una battaglia civica, riguardasse la libertà, per noi  cittadini e contribuenti del canone, di assistere a  trasmissioni di questo tipo?

In che cosa mai,  e a chi mai, sia potuto venire in mente che la reiterazione dei modelli e dei riti delle trasmissioni dette di approfondimento della TV pubblica, avrebbe potuto recare turbamenti a coscienza e conoscenza dei cittadini chiamati alle urne, tali da deviarne indebitamente intenzioni e comportamenti di voto, rimane davvero incomprensibile. Lo si può spiegare soltanto ipotizzando che i diversi organi di controllo preposti alla vigilanza  sulle comunicazioni, a partire dalla Commissione parlamentare, siano in mano a persone succube di qualcosa di analogo alla sessuofobia che negli anni della DC ha dominato la vigilanza sugli spettacoli di intrattenimento.

Difendere Santoro e gli altri da una censura bacchettona è stato giustissimo e doveroso, un minimo dovuto.

Questo, però, non può indurre a tacere sul fatto che sarebbe legittimo attendersi qualche cosina in più da queste trasmissioni del servizio pubblico, per innovare un po’ rispetto a schemi che rischiano di risultare, alla fine, ripetitivi e stantii.

Che so, magari quando si invita il Ministro Giulio Tremonti e qualcuno vicino alla Lega per parlare di federalismo, e specie di federalismo fiscale,

dall’altra parte piacerebbe vedere – se non proprio un Vincenzo Visco, che appartenendo al PD finirebbe per contraddire la consueta messa in scena di un Partito Democratico eternamente assente e, comunque, incapace di esprimere un’opposizione vera – quanto meno un Massimo Riva, o meglio ancora un Tito Boeri. Insomma, un qualcuno che non sia obbligato – come ha dovuto riconoscere onestamente Gad Lerner – a dichiarare di non poter intervenire nel merito perché poco esperto delle faccende.

Così come piacerebbe vedere Santoro un po’ meno devoto – come gli altri conduttori degli approfondimenti nella TV pubblica – alla retorica della semplificazione. Quella retorica per cui questioni complesse devono essere soggette a banalizzazioni di linguaggio e presentazione – e inevitabilmente a semplicionerie fuorvianti e approssimative –  per mettere le questioni alla portata di una cittadinanza che si reputa per vocazione pigra e incolta (quella  necessaria a fare audience): come se alla TV pubblica non dovesse toccare di servire, assecondare  e, perché no, persino allargare la cittadinanza interessata a misurarsi con problemi complessi.

Magari così si potrebbe evitare che Marco Travaglio, nella sua sacrosanta furia iconoclasta su sprechi, malcostume, e vizi pubblici vari, finisca talvolta per inzeppare  dati, cifre e fenomeni che,  risolvendosi nel famigerato far di tutta un’erba un fascio, porta a svilire i suoi altrimenti ottimi argomenti (e magari a esporlo personalmente a qualche banale lezioncina da parte del Ministro Tremonti,  il che non è proprio il massimo, da vedere).

E magari, infine, si potrebbero finalmente depotenziare vecchi ma persistenti luoghi comuni delle pur giustissime attenzioni per il (benessere) sociale. Smettendo, per esempio, di pensare di dover far carico alle imprese – anziché allo Stato – di responsabilità sociali: specie un paese, come il nostro, che pure avrebbe dovuto imparare qualcosa – per esempio – dal fatto  che l’aver addossato  alle imprese, anziché allo Stato,  la massima parte degli oneri necessari a sostenere le donne nelle loro funzioni di madri, ha contribuito pesantemente a farne uno dei paesi occidentali con il minor tasso di occupazione femminile.

Francamente, quando ho sentito Santoro da una parte e, dall’altra, il ministro Tremonti gareggiare fra loro nel sostenere la necessità che le imprese si assumano delle responsabilità sociali, ho avvertito un brutto brivido nella schiena.

Se qui siamo già alla competizione fra populismo di sinistra e populismo di destra, allora quello dello scivolamento in condizioni da  repubblica sudamericana (di vecchio stampo) non è più una temibile prospettiva: siamo già agli esordi…

Allora, davvero, siamo già all’anno zero.

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One Response to 2010 – ANNO ZERO

  1. Senti, mi permetto il tu, spero non offensivo.
    Da tempo ho deciso di non guardare la tv, da tempo ho deciso di non gardare più il tg1 (dall’era Minzolini), da un pò non guardo più ballarò, salottiero e ripetitivo. Ci sarebbe da guardare anno zero e ottoemezzo della Gruber.
    Vedi il problema non è mica la faziosità di Santoro che è sempre quello, da samarcanda in poi, il problema è la tv pubblica che non dice più nulla. Non c’è più nulla che valga la pena di guradare. Abbiamo condannato l’allora socialista Enrico Manca il quale dichiarò solennemente che in rai, nei tg c’erano pezzi di verità. Oggi c’è Minzolini come verità.
    Ti ricordo che la tv bacchettona citata ha mandato in onda tele vacca e il primo tg2 (quando partirono le reti, rete1, rete2; ricordi?) dichiaratamente ostile alla DC. Provaci adesso.

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