MASCHERE E VOLTO VERO DEL CARROCCIO

In molti commenti e analisi del voto regionale del 2010 e in molti forum sempre dedicati al voto,  in siti del PD e altri di partiti o movimenti di sinistra, si possono decisamente cogliere sentimenti di ammirazione e, al limite, di invidia per il successo della Lega, attribuendolo al fatto che, a conti fatti, quello del Carroccio sarebbe un partito vero, anzi, praticamente l’unico partito vero sopravvissuto, radicato nel territorio e strutturato come lo erano i principali partiti della cosiddetta prima repubblica, specie DC e PCI. In questo senso mi sembra si sia  pronunciato più d’una volta – e non da ieri – il Prof. Ilvo Diamanti.

Corollario di tutto questo sarebbe che le forze di opposizione, e in particolare il Partito Democratico, dovrebbero prendere esempio dal Carroccio – ovviamente dal proprio punto di vista e secondo i propri obiettivi – e imitarne organizzazione, strumenti, azione.

Personalmente non trovo affatto convincenti queste conclusioni. Mi sembra invece che per una corretta comprensione del fenomeno e del successo Lega – che comunque va considerato nella realtà dei suoi numeri assoluti, e non attraverso la deformazione della lente delle percentuali e dei valori comparativi – siano molto più interessanti e convincenti le riflessioni di Gad Lerner e di Tito Boeri. Mi spingerei ad affermare senz’altro, anzi, che una articolata combinazione delle rispettive considerazioni fornisca una prospettiva completa per capire – e affrontare – la questione Lega.

In estrema sintesi, Gad Lerner considera il partito di Bossi per quello che è, largamente assimilabile a partiti tipo il Fronte Nazionale di Le Pen in Francia, che in questa fase di crisi e di incertezze fanno pieno affidamento sull’eccitazione di sentimenti di paura e di sfiducia assai diffusi tra la gente, indicando quelli che sarebbero cause e fattori dei problemi mediante una analisi rozza e estremamente semplificata  di questioni complesse, individuando nemici e capri espiatori esterni sui quali scatenare le ire della comunità “autoctona”,  che viene  chiamata a rinchiudersi in se stessa e nella difesa dei propri localismi e dei propri interessi, isolandosi da, e respingendo il resto del mondo. Nulla a che fare, quindi, con le tradizioni della vecchia DC e del vecchio PCI.

La militanza leghista è altra cosa dall’ interclassismo democristiano e dalla vertenzialità comunista. Si manifesta nella predicazione capillare di “valori” e nell’ indicazione di “nemici” molto più che nel riformismo locale. […]  Altro che concretezza programmatica, altro che piattaforme di territorio. […] Come un rabdomante, Bossi sintonizza la sua politica con questa energia sotterranea reazionaria. Confida di storicizzare il leghismo mettendolo in relazione con le vandee anti-bonapartiste, con l’ opposizione cattolica allo Stato unitario nei suoi primi decenni di vita, col rifiuto a un tempo degli ogm e dei minareti.

Tito Boeri, dal canto suo, individua le ragioni della presa della Lega in alcuni limitati ma tuttavia concreti e a loro modo corposi  strumenti di intervento economico,  cui i suoi dirigenti della Lega hanno potuto attingere attraverso la partecipazione al governo dagli spalti della famigerata Roma ladrona: essenzialmente, cioè, la cassa integrazione in deroga, altri strumenti di trasferimenti finanziari governati a livello locale, e provvedimenti che configurano una serie  “scudi fiscali” in sedicesimo.  (A questi, peraltro,  personalmente io aggiungerei  le misure di disciplina dell’immigrazione, attraverso la quale è possibile assicurare un controllo totale delle condizioni di impiego e retribuzione di manodopera flessibile e a buon mercato.) Mediante una sapiente e spregiudicata gestione di questi strumenti,  si è posta in essere l’unica politica industriale attivata da questo governo, per limitata e miope che sia, assicurando una distribuzione di benefici e incentivi mediante la quale la Lega si assicura quei consensi che sono necessari  a garantirne crescita e consolidamento del potere contrattuale nella coalizione di governo.

E tuttavia, il localismo esasperato della Lega non è privo di contraddizioni e rappresenta un ostacolo al suo configurarsi come partito nazionale.

[…] la Lega sin qui non ha saputo governare in grande. Proprio per questo, chi oggi intende contrastare il dominio della Lega dovrebbe compiere il passo opposto, organizzarsi per operare come partito anche sulla piccola scala, lontano dai riflettori, dimostrando come sia possibile affrontare le crisi locali senza le deroghe e le eccezioni.

Se questa è la realtà, non sembra vi sia davvero nulla da ammirare, da invidiare né, tanto meno, da imitare nella Lega: occorre viceversa mantenere l’impegno nello smascherare il Carroccio e impegnarsi in un lavoro di lunga lena, tenace e capillare,  per mostrare all’elettorato che non vi sono scorciatoie facili per l’uscita dalla crisi; che senza guardare oltre il proprio naso e  oltre l’immediato futuro non si potrà che provocare un ristagno in una situazione di progressiva emarginazione dall’Europa e dal resto del mondo; e che tutto questo richiederà la capacità di assumersi la propria dose di responsabilità e di sacrifici, in uno sforzo di ricostruzione rispetto al quale le pulsioni egoistiche, demagogiche, semplificatrici, riduttive, rappresentano  vie di fuga del tutto immaginarie e, anzi, oggettivamente controproducenti.

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