L'”AZIENDA ITALIA” IN MANO AGLI AFFARISTI

Anni fa andava di moda una contrapposizione a tutto campo tra coloro che si proclamavano alfieri di un radicale rinnovamento, in senso efficientista, produttivistico, della governance del paese – l’”Azienda Italia”, appunto – e quanti sostenevano che un paese non è un’azienda, non può prestarsi a una gestione ispirata a valori e metodi imprenditoriali, produttivistici, mercantili.

Le vicende recenti insegnano come, anziché accapigliarsi sulla questione nominale dell’”Azienda Italia” – che una sua forza a livello di slogan ce l’aveva, nel contrapporsi a una governance dominata dalle forme più retrive di un burocratismo irriducibile – si sarebbe dovuto prestare assai maggiore attenzione alla natura dei soggetti imprenditoriali candidatisi alla gestione dell’”Azienda Italia”.

Soggetti che nulla, ma proprio nulla hanno a che fare con modelli di tipo schumpeteriano e meno che mai con un mondo imprenditoriale – in verità assai limitato e gracile, in Italia – caratterizzato da spirito innovativo, capacità di assumersi il rischio, modernità organizzativa e manageriale,  attitudine a misurarsi nella competizione a livello nazionale e internazionale.

I soggetti cui, ammaliati  dalla retorica dell’efficientismo e del successo, gli elettori italiani hanno scelto di affidare la conduzione dell’”Azienda Italia”, sono gli esponenti tipici di quell’imprenditoria affaristica nazional-popolare da sempre versata nell’operare al riparo di una vera competitività, propensa agli scambi dell’una cosa a me una a te , od oggi a me domani a te, pronta a sfruttare tutti i trucchi e/o le scappatoie contrattuali, con criteri manageriali vecchi e intrisi di furbizie, apparenti o reali.

Non era difficile immaginare che, al riparo di una conclamata devozione tutta parolaia al fare – strombazzata da tutte le TV grazie a una schiera di conduttori ossequiosi che ci si ostina a voler considerare dei giornalisti –  questa gente avrebbe finito per eccellere nell’arraffare e nel malaffare.

L’amministrazione dello stato funziona male, piena di lacci e lacciuoli, sempre tardiva e incline a procrastinare? E cosa fanno, allora, questi alfieri dell’efficienza nella governance: pongono mano a una riforma di strutture, meccanismi e procedure dello stato? Neanche per sogno, si danno da fare per creare scorciatoie e strutture parallele, meglio se sottratte a controlli efficaci e affidabili, e via così.

In realtà assolutamente niente di nuovo, sotto il sole del bel paese, che vanta una semisecolare tradizione in questo campo: o ci siamo dimenticati dell’invenzione tutta italiana del parastato,  e di quella bell’invenzione che fu la Cassa per il Mezzogiorno, con il suo lascito deleterio – oltre e al di là delle cattedrali nel deserto – per quanto riguarda le capacità di autogoverno delle Regioni meridionali?

E ciò che appare più desolante, in tutto questo, è che una parte non marginale di una opposizione che ama ritenersi di sinistra estrema, di fronte a questa situazione, continua a declamare e proclamare contro i guai del libero mercato, dei valori dell’efficienza e della competizione, della revisione di lacci e lacciuoli: come se gli attuali conduttori dell’”Azienda Italia” non fossero i loro migliori alleati – questa volta, sì. nel fare –  esattamente a danno dei presunti nemici.

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