LA CRITICA CINEMATOGRAFICA E L’IRRESISTIBILE MELASSA DEL VERDONE NAZIONALE

Diffidando di quella che temevo potesse essere una mia eccessiva, pregiudiziale diffidenza – e finendo per rammaricarmi di quella che si sarebbe dimostrata essere la mia dabbenaggine – mi sono lasciato indurre ad andare a vedere  Io, loro e Lara, l’ultimo film di Carlo Verdone.

Il coro elogiativo che si è levato concorde e trasversale dalle maggiori testate nazionali – da Liberazione a l’Unità e Il Manifesto,  da La Repubblica, al Corriere della Sera, a La  Stampa, dal Foglio a Il Sole-24 Ore – e da noti recensori come Alberto Crespi, Lietta Tornabuoni, Curzio Maltese, Marco Giusti , Paolo D’Agostini, mi aveva fatto sognare di un Carlo Verdone rinnovato, almeno parzialmente inedito, di  un rilancio della migliore commedia all’italiana, se non addirittura di qualcosa di innovativo…

Del resto, come non rimanere impressionati nel leggere di  Io, loro e Lara come di un “…film feroce sull’Italia di oggi, sull’egoismo e sul razzismo che ci circondano…”, di “…una delle … commedie più belle, tenere e divertenti”, di “…grande e anche toccante carica di umanità che vi è contenuta”.  E di Carlo Verdone come “…raffinato regista di situazioni al confine tra comico e drammatico…” e come   “…attore magnifico che … ha momenti davvero grandiosi”; della sua capacità di “…mostrare con minimi mezzi grande intensità … unica, almeno nel cinema italiano attuale”,  di affrontare gli “stereotipi abusati dalla fiction all’italiana…  e rovesciarli, accompagnando lo spettatore verso esiti imprevedibili, esilaranti e commoventi”, di “…usare ingredienti poveri e quasi banali per dimostrare la possibilità di un cinema popolare di qualità, intelligente, ironico, mai volgare”.

Ora, che il film si cimenti con diversi temi dominanti nella cronaca dell’incultura e dell’inciviltà nostrane – dall’insidioso attacco delle badanti ai nostri anziani al dilagante priapismo senile di questi ultimi, dalla prostituzione delle immigrate, preferibilmente nere, all’arrivismo drogato degli operatori finanziari, dal cinismo degli psicoterapeuti inguaribili nevrotici ai problemi delle ragazze madri dell’affidamento dei minori, dal confronto tra l’opulenza becera della civiltà consumistica e la profonda, genuina, sana, quasi invidiabile miseria delle popolazioni africane – non lo si può certo negare. Il tutto visto attraverso l’occhio del buon missionario alle prese con intimi vacillamenti della sua fede, sotto l’urgenza di questioni attinenti a celibato, preservativi e modernizzazione del proprio ruolo.

Ma che tutto questo venga affrontato in termini e con strumenti nuovi rispetto all’armamentario classico di Carlo Verdone mi sembra che sia assolutamente al di là di ogni prova o argomentazione convincente.

In realtà, a ben guardare, qui risultano ancora più evidenti gli effetti del continuo, inevitabile declino di strumenti e capacità che – estremamente efficaci, incisivi e innovativi agli esordi della carriera di Verdone, quando venivano applicate al campo che egli si era giustamente scelto come quello loro appropriato – mostrano sempre più la corda nel momento in cui si pretende di estenderne l’applicazione a campi più vasti e impegnativi, o comunque non appropriati.

In Io, loro e Lara, alla fin fine tutto si risolve grazie ai buoni sentimenti, al senso della famiglia, all’atmosfera natalizia.

Siamo nella piena di una melassa sentimentale: la classica melassa che tutto accomoda, tipicamente autoassolutoria  rispetto ai vizi e ai pregiudizi più profondi e diffusi della società italiana. Una melassa alla cui seduzione  e alla cui vischiosità evidentemente non riescono a sottrarsi nemmeno quei recensori che, in tante altre occasioni,  fanno ampio sfoggio di giudizi taglienti e dissacranti, per lo più a proposito della cinematografia d’oltre oceano.

Sotto questo profilo il confronto con i cinepanettoni –   ma è mai possibile che questi debbano rappresentare il benchmark su cui misurare il valore della nostra produzione cinematografica?! – può essere addirittura controproducente. In quelli, almeno, le catastrofi climatiche dell’incultura e dell’asocialità che affliggono il nostro paese vengono evidenziate in tutta la loro realtà, grazie all’autocompiacimento di autori, pubblico e botteghini.

Qui, viceversa, siamo di fronte ad una mistificazione.

Quella che finisce per emergerne – al di là delle intenzioni, per nobili che siano – è una sorta di riedizione aggiornata ai tempi della globalizzazione – e magari delle recenti, fasulle contrapposizioni tra cinema povero di mezzi  ma ricco nella produzione di emozioni e cinema ricco di mezzi ma freddamente tecnologico – del bolso buonismo dei tempi della guerra e del fascismo: quello degli italiani brava gente (o, più precisamente, bbrava ggente).

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