LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO RICORDATA DA NEW YORK

Tra le innumerevoli  note commemorative nell’anniversario della caduta del muro di Berlino, quella pubblicata da  The New Yorker del 16 Novembre, a firma di George Packer,  mi è sembrata particolarmente pregevole. Sobrio, alieno da facile retorica eppure assai puntuale nel cogliere gli  elementi essenziali dell’evento sotto diversi profili – storico, politico, simbolico – senza mancare di evidenziarne talune ironie,  il commento di Parker conclude evocandone la portata reale per l’Europa:

Berlino non sarà mai più il grilletto ipersensibile cruciale del conflitto ideologico globale, e la posizione dell’Europa al centro della storia moderna  è finita. Questo non prova il fallimento del 1989 ma, semmai, il suo straordinario successo. Nessuno è pronto a morire per l’unità europea e non è necessario che nessuno lo sia.

Nonostante i festeggiamenti, ricorda Parker,  il 9 novembre non è stato proclamato ufficialmente giorno festivo, in Germania.  E a ragion veduta: il 9 novembre è il giorno in cui, nel 1918,  il Kaiser Guglielmo abdicò, due giorni prima della sconfitta tedesca nella prima guerra mondiale;  è il giorno in cui, nel 1923, Hitler tentò di rovesciare la Repubblica di Weimar con il putsch della birreria di Monaco; è la data  della “Notte dei cristalli”, quando, nel 1938, le bande naziste assalirono gli ebrei, le loro proprietà e le sinagoghe, in Germania e in Austria.

Se al crollo del muro concorsero fattori e condizioni di estrema rilevanza nel determinare la fine dei regimi comunisti totalitari, alle modalità specifiche e concrete in cui esso si verificò, dando vita alle immagini che permangono nella memoria, mediatica e non, dell’evento, fu un episodio del tutto accidentale e banale. Nel corso di una conferenza stampa televisiva – rammenta Packer –  a un portavoce del partito che aveva illustrato la nuova disciplina che avrebbe regolato, in termini assai meno restrittivi, viaggi e spostamenti dei cittadini della Germania orientale, fu chiesto quando tale disciplina sarebbe entrata in vigore. Dopo qualche attimo di imbarazzo e perplessità e dopo una frettolosa consultazione delle proprie scartoffie, quello si decise a rispondere: “immediatamente”. E fu così che indusse migliaia di Berlinesi a prendere subito d’assalto il muro. Una valanga su cui la milizia e gli agenti della Stasi, per fortuna,  non osarono aprire il fuoco, evitando così quello che avrebbe potuto essere un esito ben diverso della vicenda.

Anche recenti sondaggi indicano che Tedeschi, Cechi e Polacchi continuano a essere comparativamente entusiasti della democrazia e del capitalismo, mentre lo appaiono meno Ungheresi, Bulgari e Lituani. Packer riferisce l’incontro avuto un mese prima con un insegnante in pensione di Dresda, che riconosceva come ci siano dei tedeschi orientali che rimpiangono  la vita più semplice e comoda che essi vivevano sotto il socialismo di stato: uno stato d’animo designato con un neologismo, ostalgie. E però, gli aveva detto l’insegnante:

Quel che importa è che posso parlare con un giornalista americano senza andare in galera, che posso viaggiare senza dover riempire un sacco di formulari, che posso leggere quel che voglio leggere, che nessuno mi dica quali stazioni televisive posso guardare e quali no, e che a scuola non sia obbligato a dir cose che non dico in privato a casa. Questo è ciò che per me è decisivo , oggi.

Parole semplici, apparentemente banali, e nelle quali tuttavia si esprime al meglio quel senso prezioso della libertà di cui, come di quello dell’aria che respiriamo, ci si rende veramente conto solamente quando se ne sperimenta la mancanza.


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