D’ALEMA: CADUTE DI STILE E NON SOLO

Ho sempre avuto una grande stima dell’intelligenza politica di Massimo D’Alema, anche se negli ultimi anni mi sono trovato via via più spesso a non condividerne valutazioni e indicazioni.

Sono soprattutto le sue ultime uscite a segnare marcate cadute di stile, tanto più preoccupanti in quanto nient’affatto limitate allo stile. La pur comprensibile passione nella competizione per le primarie indette per eleggere il Segretario del Partito Democratico non le giustifica affatto: semmai, anzi, le ingigantisce.

Liquidare sprezzantemente l’intervento di Franceschini alla Convenzione dei delegati come “un comizio” è stato certamente ingeneroso ma, soprattutto, è stato deliberatamente superficiale. Una superficialità che mal si concilia con l’intelligenza politica di D’Alema. E che proprio per questo, a mio parere, in realtà è stato un espediente per non prendere posizione in maniera chiara ed esplicita su una concezione del PD – del suo ruolo, della sua organizzazione, del suo modo di agire e interagire con l’elettorato e la  società civica, della sua opposizione e della sua proposta di governo alternativa – che certamente si differenzia da quella sostenuta dal candidato Bersani. E sulla quale l’intervento di Bersani è stato piuttosto affrettato e sfuggente, avendo lui preferito caratterizzare il proprio intervento piuttosto da Segretario già designato anziché da candidato alla Segreteria.

Affermare di essere stato attaccato da Franceschini per la brama di quest’ultimo di far parlare di sé i giornali è stato un ribaltare la frittata, visto che l’”attacco” di Franceschini è consistito nell’affermare la propria fiducia nella lealtà della “base” del partito, contrariamente ai dubbi avanzati in proposito da D’Alema.

Ed proprio questo che, a mio parere, ha segnato la peggiore caduta di D’Alema. L’affermare che, in caso di esito delle primarie difforme da quello del voto dei “circoli”, si potrà certamente contare sulla lealtà dei gruppi dirigenti, mentre è lecito dubitare della tenuta della “base”.

L’affermazione non è fatta da un qualsiasi osservatore di passaggio, come un pronostico, o anche soltanto un dubbio, proposto in termini asettici e neutrali. Se la fa un esponente del PD del calibro di D’Alema acquisisce peso e significato di ben altro rilievo – come D’Alema stesso ha spiegato tante volte, magari a proposito delle “marachelle” di Berlusconi –  al di là delle intenzioni soggettive.

Perché i casi sono due. O si sta affermando che in realtà i gruppi dirigenti del Pd sono incapaci di interpretare gli umori degli iscritti del PD, di controllarne e dirigerne l’azione, ossia che c’è uno scollamento tra dirigenti e base nel partito. Si tratta di una valutazione che in sostanza delegittima i gruppi dirigenti, ne svaluta capacità e funzioni.

Oppure l’”osservazione” si risolve nell’avocare a se stessi una “interpretazione autentica” dei sentimenti e degli orientamenti della “base degli iscritti” e anche, in definitiva, nel tentativo di gettare nell’agone della competizione i possibili malumori di una base incontrollabile, le conseguenze nefaste sulla “tenuta” del partito. Al limite – che la si sia cercata o no – può suonare come un tentativo di sobillazione degli iscritti – della maggioranza degli iscritti che ha votato nei “circoli” – a rifiutare un esito delle primarie difforme dalle proprie preferenze.

Quale che sia il caso, tutto questo appare un gioco assai pesante, nel quale non si esita a strumentalizzare la tenuta del Partito Democratico pur di far vincere il candidato che si sostiene.

Ecco perché la caduta non è solo di stile, bensì di sostanza.

Perché D’Alema non può ignorare che a certe sue prese di posizione si accodano poi tutta una serie di personaggi minori, ma pur influenti, immediatamente inclini a far mostra di arroganza e persino di disprezzo delle regole. Sono quelli che, in un esito delle primarie che non confermasse la distribuzione delle preferenze degli “iscritti”, ravviserebbero una sorta di “ribaltone”, di “vulnus”, di “sconfessione”.

Che senso mai avrebbe avuto adottare il metodo delle primarie partendo da questo assunto. Che senso avrebbe chiamare gli elettori non iscritti a votare esattamente come gli iscritti. Vogliamo che contribuiate eleggere  il nostro Segretario, vi diamo questa possibilità di incidere sulle scelte del nostro partito, vogliamo che contiate – purché, beninteso, confermiate le preferenze espresse dalla maggioranza di noi?

Piaccia o non piaccia questo è il metodo che il Partito si è dato e questo è il metodo da seguire. Bersani sarà il Segretario se otterrà la maggioranza necessaria nelle primarie oppure, successivamente, nel Congresso. La stessa cosa avverrà per Franceschini e per Marino. E il Segretario che ne uscirà sarà in ogni caso egualmente legittimato, visto che agli iscritti del PD spettava designare i candidati alla Segreteria e non già il Segretario.

Se alle primarie vincerà Bersani vorrà dire che gli “iscritti” hanno saputo bene interpretare preferenze e orientamenti dell’elettorato. Se vincerà Franceschini oppure Marino vorrà dire che gli “iscritti” dovranno rendersi conto che la  interpretazione di preferenze e orientamenti dell’elettorato, come espressa dalla propria maggioranza, non era esatta: e per fortuna – non per fortuna, ma proprio grazie al meccanismo delle primarie – il Partito Democratico è stato messo in grado di aggiustare il tiro, di non commettere un errore, di muoversi meglio in sintonia con il proprio elettorato, secondo indicazioni emerse in ogni caso dalla “base degli iscritti” del partito stesso, anche se su posizioni di minoranza.

La capacità di interpretare, capire, avvertire orientamenti e preferenze della realtà esterna, ancorché contigua, non è determinata né determinabile necessariamente in base a voti maggioritari!

Se poi qualcuno non gradisce – o non gradisce più – le regole esistenti, conduca la battaglia politica nei modi e nei tempi regolamentati per cambiarle. Non  cerchi di aggirarle o di ignorarle o di mistificarle.

Non è questo che raccomandiamo quotidianamente al Cavaliere e alla sua maggioranza?

O abbiamo deciso di associarci a quanti ne subiscono l’”egemonia inculturale”?

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