“LE RELIGIONI SONO LA COCAINA DEI POPOLI”

E’ questa la nuova e più appropriata versione della nota massima marxiana cui approda Umberto Eco nella prefazione a Il Quaderno di José Saramago di imminente pubblicazione (Ed. Bollati Boringhieri – trad. Giulia Lanciani).

Lo ha detto, nel presentare  questi scritti di Saramago, osservando che il grande scrittore, ateo militante, in effetti non polemizza con Dio bensì con le religioni. Religioni che  – tutte, senza eccezioni – sono state e sono fonte di continui, spesso sanguinosi conflitti tra popoli e individui, di violenze efferate che hanno segnato e segnano la  storia e la cronaca. Per cui, appunto, piuttosto che al soporifero oppio la loro funzione di droga sarebbe assai meglio assimilabile a quella dell’eccitante cocaina.

DioconNoi

Lasciando da parte le esemplificazioni dell’attualità più clamorose, alle quali sarebbe pur agevole riferirsi, penso che sia non meno eloquente, ed avvilente, quel che si sta verificando ad Anversa.

Lo ricordava Charlemagne,  sull’Economist del 17 Settembre scorso. Lì, il glorioso Royal  Atheneum – una scuola pubblica d’elite che nella sua bisecolare storia ha sfornato liberi pensatori leggendari – oggigiorno deve la sua fama al suo ruolo di centro di sperimentazione avanzata di multiculturalismo rovinato dal prevalere dell’intolleranza religiosa.  A poco a poco la conseguenza delle diatribe sulla liceità del velo per le ragazze musulmane sarà quella del moltiplicarsi di scuole delle varie confessioni religiosa, musulmane, cattoliche, ebraiche, protestanti. Ciò che sicuramente non favorirà né multiculturalismo né integrazione delle etnie.

Charlemagne ha certamente ragione nel soffermarsi sul paradosso delle difficoltà di una società liberale, desiderosa di difendere i propri valori liberali nel momento in cui è tenuta, per coerenza,  a difendere anche i diritti delle minoranze meno liberali al suo interno. E nel ritenere che la questione non si presti a risposte semplici.

Sta di fatto, tuttavia, che i problemi nascono dai fondamentalismi e dalle intolleranze confessionali. Se si lasciassero fuori dalle scuole, dalle aule dei tribunali e da altri luoghi pubblici i crocefissi sarebbe più ragionevole pretendere che si lascino fuori anche i veli e altre insegne di appartenenza a una fede.

Chissà se si arriverà mai a un giorno in cui tutte le confessioni che si professano depositarie della verità dell’unica divinità e del suo sconfinato amore per gli esseri umani si decideranno a chiedere ai propri aderenti di impegnarsi a fondo e quotidianamente nella testimonianza pratica della loro bontà, piuttosto che nell’azzuffarsi, aggredire  e questionare per asserire  e imporre il proprio primato.

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