QUESTIONE MORALE E DINTORNI

Mi ha fatto una notevole impressione sentire evocare, ieri sera, al Santoro Show, Berlinguer.

Certo, di questi tempi, la questione morale come presentata a suo tempo dal leader del P.C.I.,  fa davvero tanta ombra sulla situazione attuale da richiamare giustamente locuzioni tipo la notte della repubblica.

Ma Berlinguer – non lo si dovrebbe, né potrebbe, dimenticare – era anche il leader che propose il compromesso storico e l’austerità. E chi potrebbe dimenticare quanto aspramente fu criticato Berlinguer su tutte e tre le questioni, da quanti si accanivano a ridurre le sue proposte a vieti e vetusti moralismi bacchettoni e antimodernisti o meri espedienti di spartizione del potere? Con incomprensioni che non mancarono – nemmeno questo lo di dovrebbe dimenticare – anche all’interno del P.C.I. e nella sua base.  Per non parlare del vero e proprio dileggio (si sono dimenticate le mascalzonate di Forattini?)

A guardare i convenuti alla trasmissione di Santoro – quelli presenti e quelli da loro rappresentati- non ho potuto fare a meno di chiedermi quanti di loro, se non guardassero a Berlinguer soltanto come a un un leader da commemorare (e cui solo in occasione della morte, proprio in occasione delle elezioni europee, l’elettorato italiano si decise a tributare un riconoscimento tardivo), non si sarebbero uniti allo stesso genere di critiche, tanto settarie e superficiali quanto supponenti.

Non credo si debba a un caso fortuito, nè che non abbia un significato assai pregnante, il fatto  che molti tra i critici di allora (da sinistra, ben s’intende) oggi si trovino a militare o simpatizzare per PDL e affini oppure si siano saldamente piazzati nell’establishment dell’informazione, delle istituzioni, persino dei cosiddetti “poteri forti”.

Un certo modo di ragionare, argomentare, criticare – soprattutto nei riguardi del Partito Democratico – a me è sembrato erede diretto dei modi che furoreggiavano allora nei confronti  di Berlinguer e del P.C.I.  Modi viscerali, sprezzanti, categorici, insofferenti di tutto ciò che rinvia alla difficile arte di una politica che, in democrazia, non può non essere fatta di lavoro di lunga lena, di forza di persuasione e capacità dimostrativa, di dedizione e partecipazione quotidiana, di mediazioni necessarie, anche di funzionariato di partito.

Di tutto  ciò che, insomma, è indispensabile per sostenere le nobili dichiarazioni di principio e le necessarie intransigenze, per farle inverare, e senza di cui queste ultime si riducono a suggestive quanto inefficaci declamazioni e invettive.

Giustissimo far la satira anche sul Partito Democratico e dei suoi esponenti, ci mancherebbe altro.

Ma piacerebbe poter chiedere se, fuori del tempo delle risate e del buonumore, ci si renda minimamente conto che il problema della sopravvivenza e del potenziamento del progetto da cui è nato il Partito Democratico non è questione di interesse circoscritto ai suoi dirigenti e alle loro personali vicende politiche? Ci si rende minimamente conto dell’abisso che si aprirebbe sulla scena politica italiana se quel progetto dovesse fallire e avvitarsi su se stesso? Ma davvero qualcuno può credere onestamente e lucidamente che una opposizione efficace a Berlusconi e alla destra abbia qualche probabilità di successo nel prevedibile futuro senza il PD?

E magari affidata, che so io, ai Di Pietro, ai contendenti delle falci e martello e dell’ecologia, se non, addirittura, ai Grillo e alle loro iniziative di leggi popolari?

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