“GIORNALISTI DI SERVIZIO”

Così ieri sera mi sono sentito obbligato a seguire la trasmissione “riparatrice” di Anno Zero. Il clima da caccia alle streghe che ha fatto seguito alla trasmissione precedente me lo imponeva, anche se non sono un appassionato della trasmissione di Santoro. Come non lo sono, in generale, di tutte le “trasmissioni di approfondimento” in cui i conduttori non sembrano avere polso fermo nel sedare le risse verbali tra gli interlocutori, e in realtà spesso sembrano compiacersene, se non addirittura ricercarle. Risse che non rendono alcun servizio a un pubblico che non sia quello dei “grandi fratelli”, degli “amici” e della tv spazzatura.

A me sembra che complessivamente Santoro abbia risposto più che adeguatamente. Le imputazioni rivolte alla trasmissione si sono ribaltate come un boomerang contro gli accusatori. Non vedo cosa potrebbe fare la Direzione della RAI se non cercare di tacere per non accentuare il ridicolo di cui, per sua deliberata volontà, si è coperta. L’Arcivescovo dell’Aquila ha candidamente rivelato che la vignetta che l’ha indignato era quella che prendeva in giro Berlusconi, non quella che rappresentava le bare per prendere in giro il “piano case” (e soltanto dei sepolcri imbiancati possono sostenere che questa vignetta mancasse di rispetto ai morti). La Guzzanti – della cui comicità in genere non sono un fan, mi piace assai di più quella del fratello – è stata anche lei indubbiamente efficace, e sempre per merito dell’imbecillità altrui. Del resto, se lo stesso Ghedini si è dichiarato in totale disaccordo sul provvedimento di sospensione di Vauro – pur collocandosi nella schiera degli “indignati” per le sue vignette – qualche ragione di riflessione e di vergogna, per quelli che l’hanno promosso e adottato, ci dovrà ben essere.

Quello che ne è uscito con le ossa rotte – come spesso accade in queste trasmissioni – è il giornalismo nostrano.

L’antologia degli articoli osannanti sul premier e sui ministri in visita nelle aree terremotate, curata da Marco Travaglio in apertura di trasmissione, è stata agghiacciante. E si trattava di articoli pubblicati non solo sul Giornale, ma anche sulla Stampa e sul Corriere della Sera!

L’on. Ghedini aveva perfettamente ragione nel denunciare la ridicolizzazione delle figure istituzionali accorse sui luoghi della sciagura e nel risentirsi per l’accostamento a un articolo di giornale di peana a un altro Cavaliere, il Cavalier Benito Mussolini, scritto agli albori del regime fascista.

Direi, anzi, che di questi tempi non c’è che da compiacersi per questo tipo di sensibilità da parte di un esponente di spicco della destra.

Aveva però assolutamente torto nel prendersela con Travaglio, che si era limitato a curare l’antologia e a indicarne analogie.

Se ci sono “giornalisti di servizio” che, trascinati dall’entusiasmo della proprio libido di adulatori, finiscono per ridicolizzare Berlusconi e altre figure di spicco del governo, è con loro che deve prendersela l’on. Ghedini. La categoria dei servi sciocchi non è una invenzione di Travaglio.

Posso inoltre personalmente assicurare l’on. Ghedini  – così come potrebbero farlo tutti quelli, come me, per i quali la memoria storica è anche memoria personale, diretta – che il linguaggio e lo stile degli articoli letti da Travaglio (e letti per esteso, nessuno tiri fuori la storia del “fuor di contesto”, qui era tutto assolutamente contestualizzato) ricalcava pedissequamente linguaggio e stile tipici dei “Giornale Luce” che durante il regime toccava sorbirsi al cinema, in apertura d’ogni proiezione.

Se questo linguaggio e questo stile è stato ereditato dai “giornalisti di servizio” dei nostri giorni la colpa non è certo di Travaglio.

La Postiglione, capo della Sala Italia della Protezione civile, ha certamente fornito risposte di buon senso sulla difficoltà dell’opera della Protezione civile in un paese così estesamente a rischio sismico come l’Italia.

Qualche perplessità me l’ha sollevata la notizia che lei viene svegliata ogni notte, più volte a notte, perché da qualche parte nel paese si è verificata una scossa; al di là della ricerca di un certo “effetto”, non riesco a capire bene a cosa serva turbare il sonno della Postiglione, cosa consegua, in termini operativi, a questi forzosi risvegli. Del resto, né Santoro, né alcun altro dei giornalisti presenti, ha rivolto alla Postiglione questa semplice, banale domanda: “e quando viene svegliata lei poi cosa fa?

Tanto per capire come funzionano le cose alla protezione civile.

Così come nessuno dei giornalisti o degli interlocutori presenti ha rivolto alla Postiglione un’altra domanda, ovvia e banale, dopo il tanto questionare sulla frequenza e diffusione di sciami e deboli scosse sismiche in tutta l’Italia: “ma insomma, in quante e quali altre parti d’Italia si è verificato una ripetizione di sciami e di scosse di intensità e frequenza pari a quelle verificatesi e avvertite per mesi dalla popolazione, nei territori dell’Aquila e dintorni, prima del terremoto?

Tanto per sapere, per avere un’idea meno vaga.

Ma il giornalismo come pubblico servizio, si sa, da noi è categoria assai più rara, meno ambita e meno praticata – forse più rischiosa? –  del giornalismo di servizio.


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